Lo scorso primo luglio il puzzle militare della Francia in Africa ha perso un altro pezzo. L’ambasciata francese in Senegal ha comunicato la consegna alle autorità senegalesi della stazione radiotelevisiva congiunta di Rufisique, situata circa trenta chilometri a sud rispetto alla capitale Dakar.
La stazione era attiva dal 1960. Da allora è stata utilizzata da Parigi come ponte radio per coordinare il flusso di comunicazioni con navi e sottomarini francesi che solcano le acque dell’Atlantico meridionale. Ultimamente vi operavano circa venti unità.
Si consuma così mese dopo mese lo strappo tra il governo francese e il presidente del Senegal Bassirou Diomaye Faye il quale, nel novembre scorso, aveva annunciato la dismissione di ogni forma di presenza militare francese e straniera nel paese nel 2025.
Un annuncio messo poi nero su bianco il 16 maggio scorso in occasione di un accordo raggiunto dalla commissione congiunta franco-senegalese nell’ambito del trattato di cooperazione militare firmato dai due paesi il 18 aprile 2012.
Come riportato da RFI, da inizio marzo Parigi aveva già consegnato al Senegal alcune delle proprie installazioni militari, tra cui i siti Maréchal e Saint-Exupéry e la caserma Contre-Amiral Protet nei pressi del porto di Dakar. La consegna delle ultime due strutture militari – un aeroporto e la struttura di Camp Geille nell’area di Ouakam, oltre a quattro edifici a Plateau, vicino al porto di Dakar – è prevista per il 18 luglio.
Dal primo luglio hanno lasciato il paese anche i soldati dell’ESF (Elementi francesi in Senegal). Al gennaio scorso la presenza di militari francesi di stanza nel paese corrispondeva a circa 350 unità. L’intero iter di dismissione dovrebbe concludersi entro la fine di questa estate.
Gli ultimi avamposti a Gibuti e Gabon
Dopo essere stata costretta a ritirarsi prima da Mali, Burkina Faso e Niger, dove si sono insediate giunte militari, e aver poi avviato l’uscita da Costa d’Avorio e Ciad, Parigi si appresta dunque a uscire definitivamente di scena anche dal Senegal, almeno sul piano militare.
Secondo una mappa aggiornata pubblicata da Clash Report, da oltre 10mila effettivi dispiegati nel continente nel 2016 la Francia si è ridotta ormai a 1.700, contando ormai su due soli avamposti a Gibuti e Gabon.
Lo smottamento è iniziato nel 2016 con un sostanzioso ritiro dalla Repubblica Centrafricana (1.600 soldati), cui hanno fatto seguito quelli in Mali (2.400, 2022), Niger (1.500, 2023), Burkina Faso (400, 2023), Ciad (1.000, ritiro in corso), Costa d’Avorio (600, ritiro in corso) e Senegal (350, ritiro in corso).
Tra fine 2024 e inizio 2025 l’uscita dal Senegal era stata preceduta da quelle da Ciad e Costa d’Avorio. A fine dicembre 2024 Parigi ha consegnato alle autorità ciadiane la base di Faya, mentre a gennaio 2025 quelle di Abéché e Adji Kossei. A febbraio 2025 all’esercito della Costa d’Avorio è stata ceduta la base di Port-Bouet, poi intitolata al generale Thomas Aquinas Ouattara, primo capo di stato maggiore delle forze armate del paese. In Costa d’Avorio rimarranno a prestare servizio 80 soldati francesi.
A Gibuti, dove dispone di cinque tra basi navali e aeree, Parigi ha dispiegati 1.500 soldati per il controllo dei traffici marittimi che transitano dal Golfo di Aden al Mar Rosso passando per lo Stretto di Bab el-Mandeb. In Gabon ha invece 200 istruttori.
I mercenari francesi
Formalmente dunque la presenza militare francese nel continente africano è ormai ridotta ai minimi storici secondo un trend scattato con la fine dell’Operazione Barkhane nel Sahel (2014-2022) e accelerato dalla salita al potere di giunte militari nella regione. Di fatto, però, restano migliaia di soldati di professione operativi in varie aree del continente al soldo di compagnie di sicurezza private, soprattutto americane e inglesi.
Lo ha confermato sempre a RFI Peer de Jong, colonnello della marina francese oggi a capo della società Themiis che opera in Mauritania, spiegando che gli ex soldati francesi impiegati in passato in missioni in Africa o con trascorsi nella Legione Straniera hanno molto mercato principalmente per due motivi: conoscono la lingua francese, il che è un enorme vantaggio considerato l’elevato numero di paesi africani francofoni, e hanno già maturato esperienza nei teatri di crisi sparsi nel continente.
La lista delle società di sicurezza private che hanno assoldato personale francese, anche ai vertici aziendali, è lunga: vi compaiono Bancroft Global Development (Stati Uniti) il cui numero due è l’ex paracadutista transalpino Richard Rouget (conosciuto come “Colonnello Sanders”), G4S (Regno Unito, specializzata nella gestione di strutture sensibili e trasporti), The Development Initiative (Regno Unito, con sede alle Bermuda, servizi di sminamento), Relyant Global LLC (Stati Uniti, logistica e sminamento), Erinys (Regno Unito, servizi di sicurezza in zone di conflitto).
Sempre secondo RFI l’americana Amentum si sta servendo di personale francese in Benin. Mercenari francesi sono poi in servizio in Mali, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Repubblica democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Guinea e Somalia.
Movimenti sottotraccia
Meno uomini e mezzi sul terreno, minore esposizione diretta nei teatri di crisi, cooperazione più “leggera” e funzionale con i paesi partner nell’ambito della sicurezza. È questo lo schema a cui Parigi si è dovuta adeguare negli ultimi anni a fronte della sostanziale inefficacia delle imponenti missioni militari attivate nel Sahel e in Africa centrale e dei voltafaccia ricevuti dalle giunte militari che hanno salutato senza esitazioni il vecchio alleato francese in favore della Russia di Putin.
Un soft power obbligato nell’ambito del quale la Francia sta comunque portando avanti, sottotraccia, una serie di iniziative diplomatiche e militari volte a farle guadagnare parte del terreno perso in Africa.
A Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, il 13 agosto entrerà in servizio per la carica di nuovo addetto militare dell’ambasciata francese l’esperto tenente colonnello Emmanuel Allard de Grandmaison che era già stato fino al 2021 consigliere dell’esercito maliano e che aveva già partecipato a dei programmi di addestramento del personale della polizia e dell’esercito della Repubblica Centrafricana.
Ha fatto invece discutere a giugno l’arrivo in Camerun, a Yaoundé, del generale Hubert Bonneau, comandante della Gendarmeria nazionale francese. Una visita che ha fatto rumore a quattro mesi dalle elezioni presidenziali in programma nel paese nell’ottobre 2025 e per le quali potrebbe alla fine riuscire a correre ancora una volta il presidente Paul Biya, 92 anni in carica dal 1982.
Il viaggio di Bonneau è stato subito etichettato come un’azione di ingerenza della Francia negli affari interni del Camerun dai movimenti sovranisti del paese, come il partito Peuple uni pour la rénovation sociale. Ciò che è certo è che nella sua strategia di riposizionamento nel continente Parigi ha bisogno di poter fare affidamento sugli ultimi partener affidabili rimasti a sua disposizione. E il Camerun di Paul Biya è uno di questi.
