PAROLE DEL SUD – gennaio 2011
Giampietro Baresi

Prima di tutto, buon anno alle mie lettrici e ai miei lettori. Senza false illusioni. Ci aspetta una nuova avventura nel tempo, con alcuni progetti e un pesante bagaglio di preoccupazioni. Quelle di sempre e quelle che il mondo globalizzato moltiplica di giorno in giorno.

Auguriamoci un pieno di speranza e di certezza, dopo il rifornimento del Natale, mistero della presenza di un fedele e amoroso Compagno di viaggio.

Oso sperare che il nostro incontro di ogni mese possa contribuire a mantenere pieno – o quasi – il serbatoio. In questo senso, penso che sia bene “riscaldare” le riflessioni teoriche con segnali di speranza che vengono da esperienze concrete.

Ricordo uno dei miei primi incontri con un gruppo di parrocchiani di una piccola città dell’interno del piccolo stato brasiliano di Espírito Santo. Si trattava di persone con un livello economico al di sopra della media. Si erano riunite per programmare l’annuale “azione umanitaria” in favore di famiglie povere. Stava arrivando il freddo invernale: freddo per nulla paragonabile a quello italiano, ma una buona coperta era più che preziosa.

Dopo due ore di scambi di idee, proposte e calcoli, il piano fu pronto: avrebbero fatto arrivare da São Paulo alcune centinaia di coperte da distribuire a determinate famiglie.

Ero rimasto in silenzio per tutto il tempo dell’incontro, anche perché non possedevo ancora bene il portoghese. Al momento di concludere, però, qualcuno volle mostrarmi un segno di attenzione. «Padre – mi chiese – cosa pensa di tutto questo?».

Dapprima elogiai l’iniziativa, poi però domandai un chiarimento: «Dopo che avrete fatto tutto questo, le persone che avranno assaporato la vostra bontà si sentiranno più vicine a voi o più distanti? Se si sentiranno più distanti, allora penso che sarebbe meglio che soffrano il freddo. Quando Dio decise di venire a incontrarci, ci mandò suo Figlio perché fosse nostro fratello. Non ci inviò coperte. Così facendo, ci ha insegnato a fare della nostra carità una valorizzazione delle persone, accorciando le distanze che ci separano e costruendo fraternità».

Subito dopo, il gruppo si sciolse e io rimasi con il dubbio di aver buttato acqua sul fuoco. Ma il coordinatore di quel gruppo, prendendomi per il braccio, mi disse: «Padre, è da anni che mi faccio la domanda che lei ci ha posto».

Quelle parole furono il più bel benvenuto datomi in terra brasiliana. Quella domanda era una delle cose più preziose che portavo nel mio bagaglio di missionario neofita. E fu incoraggiante scoprire che, in terra brasiliana, mi aspettava qualcuno che la pensava allo stesso modo.

Grazie a Dio, nei molti anni che sono seguiti, in mezzo alla moltitudine di cristiani italiani e brasiliani che neppure si pongono il problema, ho sempre incontrato una piccola minoranza insoddisfatta di una carità separata dalla fraternità.

L’arrivo in Europa di tanti immigrati ha messo a nudo la fragilità delle fondamenta di gran parte della tradizionale collaborazione missionaria. Molta carità, commovente e non raramente eroica, non ha fatto maturare il frutto della fraternità. Una fraternità si fonda sulla coscienza che siamo tutti uguali, qualunque sia il suolo che calpestiamo su questo pianeta.

Con tutta sincerità, dobbiamo riconoscere che per molti immigrati il contatto con i “paesi cristiani” ha messo fortemente in crisi in loro gli insegnamenti del Vangelo appresi dalla predicazione dei missionari.

So che non si può semplificare, ignorando i gravissimi problemi connessi con il fenomeno dell’immigrazione. Mi sembra, tuttavia, che un buon esame di coscienza ci starebbe bene, in particolare quando si tratta di immigrati con tutte la carte in regola. Aspettando il giorno in cui si realizzerà la profetica provocazione lanciata, tempo fa, dai miei confratelli comboniani di Castel Volturno, consegnando agli immigrati il “permesso di soggiorno” firmato da Dio.