TATALITA – APRILE 2017
Elianna Baldi

Ibrahim Hassan Frédé è un giovane centrafricano, nato e cresciuto a Bangui, la capitale centrafricana, nel quartiere musulmano conosciuto come K5. Quando rilascia interviste alle radio o interviene negli incontri pubblici, non si può non restare impressionati dalle sue acute analisi, dal coraggio della verità, dalla libertà di spirito.

Diplomato a N’Djamena (Ciad) e laureato in marketing e comunicazione in Camerun, viaggia oggi in questi paesi per incontrare i musulmani centrafricani: quelli usati dal governo ciadiano per accedere ai finanziamenti, che però non vanno a vantaggio dei rifugiati, i quali sono aiutati saltuariamente dall’ambasciata turca; e quelli che grazie alla loro preparazione hanno trovato un posto di lavoro, impoverendo ancor più la Repubblica Centrafricana di laureati e diplomati.

Già membro influente del partito Knk dell’ex presidente centrafricano Bozizé – cui rimprovera di non saper farsi da parte lasciando che la storia faccia il suo corso – Frédé è il portavoce del Coordinamento delle organizzazioni musulmane del Centrafrica. E dal 2013 rappresenta la comunità musulmana nei luoghi decisionali più importanti per le sorti del Centrafrica: Libreville, N’Djamena, Brazzaville, il Forum di Bangui, Bruxelles.

È uscito dalla Commissione di consultazione e implementazione del processo Ddrr, che considera votato al fallimento poiché i rappresentanti politici dei gruppi armati non sono presenti nei Comitati strategico e tecnico, e si sentono presi in giro. Ha invece fiducia nell’opera di mediazione della Comunità di Sant’Egidio, di cui è membro effettivo dal 2014.

Il ritornello di Frédé è questo: «Ho deciso di impegnarmi per la pace e la riconciliazione. Non ho una posizione presa a priori: sono libero e amo la franchezza». E in effetti non ha paura di parlare apertamente e con forza a musulmani e cristiani, al presidente, ai ministri, al cardinale Nzapalainga, all’imam Kobin (che è inefficace perché non ha una base che lo sostenga), così come all’imam Tidjani della moschea centrale (che ha autorevolezza ma che di rado prende posizione pubblicamente).

Secondo lui, la classe politica centrafricana ha manipolato la situazione perché la crisi diventasse interconfessionale. Il Forum di Bangui è stato inefficace perché non è stato intercomunitario e non ha affrontato il problema identitario: «E un’identità mal definita è portatrice di rivendicazioni e conflitti».

Inoltre l’attuale presidente, Faustin-Archange Touadéra, scelto dalla Francia perché di un’etnia minoritaria, ha deluso le aspettative di apertura e unificazione. E, dopo aver ricompensato tutti quelli che l’avevano appoggiato, naviga a vista senza cercare vere soluzioni.

Gli chiedo come faccia a essere ancora vivo, con tutto quello che fa e dice, e a girare tranquillo con il suo scooter. Sorride e non risponde, come sempre quando gli si pongono domande “personali”. Dice che finché potrà essere utile alla sua comunità e al suo paese, si metterà in gioco fino in fondo, senza badare a chi lo minaccia e lasciandosi incoraggiare da chi lo paragona a un nuovo Mandela.

Ddrr

Si tratta del programma di Disarmo, smobilitazione, reinserimento e rimpatrio. È stato sottoscritto il 10 maggio 2015 a Bangui da nove ex gruppi armati. Gode dell’appoggio e del finanziamento della comunità internazionale e si è dato il compito di ricondurre allo status cittadino non meno di 7mila ex combattenti. Ma già sul numero non c’è chiarezza, tanto che Judicaël Ez Moganazoum, segretario del coordinamento anti-balaka (le milizie che si qualificano come cristiane e che si sono contrapposte all’ex coalizione Seleka di matrice islamica), ha dichiarato che il movimento ha un numero di militanti molto più consistente.

 

Faustin-Archange Touadéra

Eletto nel marzo del 2016, già docente di matematica all’Università di Bangui e capo del governo dal 2008 al 2013, il presidente è criticato dalla società civile centrafricana che lo ritiene responsabile dell’attuale situazione di stallo. La crisi centrafricana dura ormai da quatto anni.