Parla il responsabile della Croce Rossa

Per normalizzare la situazione, decisiva la corretta informazione delle popolazioni. Così Mamady Keita, il medico da sei mesi in prima linea per circoscrivere l’epidemia nelle aree forestali e nell’Alta Guinea.

«Lavoriamo per ridurre i rischi di propagazione della malattia e per impedire nuove infezioni. Lo facciamo attraverso la gestione in sicurezza dei corpi delle vittime di ebola, il trasferimento dei malati dalla comunità di appartenenza verso il centro sanitario, l’opera di sensibilizzazione nelle comunità sulle misure di prevenzione. In questo momento mi sto occupando della formazione di volontari della Croce Rossa in Alta Guinea».

Mamady Keita, medico, 32 anni, usa le parole con prudenza e moderazione. Al cellulare la sua voce è pacata. Da oltre sei mesi sta dando un contributo essenziale, ci dicono fonti giornalistiche che l’hanno visto all’opera, nel contenimento dell’epidemia in Guinea. Lavora facendo i conti con difficoltà di budget e di logistica, e anche con le reazioni della gente. Giorno dopo giorno, si è conquistato la fiducia dei capi villaggio e delle comunità, ed è un punto di riferimento per gli operatori sanitari.

L’Organizzazione mondiale della sanità sostiene che in 6-9 mesi si può fermare la trasmissione del virus. È così?

Direi di sì, per come stanno andando le cose ora e sempre che non insorgano altre variabili. Quello che so è che prima dello scoppio dell’epidemia le comunità non avevano una buona informazione. Ma con la sensibilizzazione in atto e con gli effetti ben noti dell’epidemia, non si può escludere nulla.

Secondo Medici senza frontiere l’epidemia è stata fuori controllo per mesi e la comunità sanitaria internazionale ha reagito troppo lentamente. È d’accordo?

Non lavoro per Msf, non mi posso quindi pronunciare sulla loro affermazione. Per capire che cosa significa «ha reagito troppo lentamente», è necessario trovarsi nello stesso contesto territoriale in cui opera Msf.

Le dinamiche della diffusione del contagio sono state identiche in Guinea, Sierra Leone, Liberia? Oppure ogni paese fa storia a sé?

Ogni paese è un caso a parte. La Guinea ha reagito rapidamente quando è stato confermato che si aveva a che fare con la febbre emorragica dovuta al virus di ebola. Nel frattempo, Sierra Leone e Liberia non avevano ancora compreso che alcuni villaggi erano stati toccati dall’epidemia. (…)

 

Per continuare la lettura dell’intervista pubblicata sul numero di Nigrizia di ottobre 2014: rivista cartacea o abonamento online.

Le foto di questo servizio sono riferite alla Guinea e sono state scattate da Enrico Dagnino.

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