Da Nigrizia di marzo 2011: le conclusioni del Forum sociale mondiale di Dakar
La disorganizzazione del Forum non oscura il successo politico della manifestazione: si è materializzata nella capitale senegalese la società civile africana, numerosa e inattesa. I rischi della manifestazione: il suo trasformarsi in grande industria e la nascita di una burocrazia altermondialista. I brasiliani hanno proposto l’Europa come prossima sede: «Avete bisogno della nostra solidarietà».

I catastrofisti in servizio permanente hanno colto il bicchiere mezzo vuoto. «Che disastro». «Che caos». «Che disorganizzazione ». «Che dispersione di energie». «Un Social Forum inconcludente e inefficace». Gli avvoltoi si sono perfino affrettati a sentenziare l’estinzione di un simile evento in Africa, tornandosene a casa con gli zaini gonfi di delusione.

 

Ma se per un momento smettessimo di guardare ciò che succede in Africa con gli occhi occidentali esausti, capiremmo come gli stereotipi classici fatichino, questa volta, a ingabbiare quello che è davvero successo a Dakar, in Senegal, dal 6 all’11 febbraio scorso. L’appuntamento era con il Forum sociale mondiale (Fsm), la fiera del pensiero alternativo. L’11° della sua storia decennale, iniziata nel 2001 a Porto Alegre, in Brasile. Forum che rimane uno dei pochi luoghi ad alimentare le batterie della cittadinanza attiva e a offrire uno spazio alle diversità culturali, identitarie e anti-liberiste.

 

Nel campus universitario “Cheikh Anta Diop” si è assistito alla materializzazione di un fantasma evocato e sognato da anni: la società civile africana organizzata e strutturata. Il continente nero, infatti, è emerso come il vero protagonista, e i suoi movimenti sociali come l’assoluta novità. Si sono visti pullman, colmi di donne, arrivare dal Ghana. Sono giunte carovane dalla Mauritania, dal Mali, dal Niger, dal Marocco, dalla Guinea-Bissau, dal Gambia, dalla Costa d’Avorio, dalla Nigeria, dal Benin, dal Togo, dal Camerun, dalla Guinea, dal Burkina Faso. Hanno percorso centinaia di chilometri per arrivare all’appuntamento di Dakar. Oltre 40 i paesi africani presenti con una loro delegazione.

 

È stato davvero il primo Forum africano. «A Bamako, nel 2006, era stata la prova », hanno sostenuto gli organizzatori nella giornata conclusiva del Fsm. «Nairobi, nel 2007, è stata la sfida. Dakar 2011 ha rappresentato la maturità del movimento organizzato africano». Un evento preparato e costruito negli ultimi due anni, nei quali molti paesi africani hanno tenuto eventi e piccoli forum nei loro territori. E il frutto di questo lavoro si è visto nella capitale senegalese. Sono arrivati a migliaia. Più di 70mila, per gli organizzatori. «E non sospinti dai forconi, com’è successo a Nairobi», ha commentato ironicamente un membro del Consiglio internazionale del Forum. C’era il timore, infatti, che Dakar si rivelasse una copia dell’esperienza kenyana, la più fallimentare nella storia dei Forum. Così non è stato. Grazie, soprattutto, alle donne e ai giovani africani. Una partecipazione massiccia, la loro, già alla marcia inaugurale per le vie della capitale, il 6 febbraio.

 

Una città, Dakar, fino a quel giorno distratta e poco partecipe. Tutta concentrata sui problemi interni. Sulla crisi. Con molte ore al giorno vissute senza corrente elettrica. Con il governo costretto ad abbassare i prezzi di sette beni alimentari di prima necessità – tra cui riso, latte, pomodori, zucchero – per depotenziare il senso di frustrazione che sale tra la gente. Per impedire lo scoppio d’ira stile Maghreb.

 

Una città rianimata da quei sei chilometri di marcia, lungo cui ha sfilato un lungo serpentone di vita, che ha risvegliato le coscienze e la volontà di un nuovo agire. C’era un cartello che recitava: «È finito il tempo di prendere dall’Africa. Bisogna apprendere». Era rivolto a noi, mondo occidentale afono e spaventato del proprio futuro. Che pretende un’Africa priva della sua alterità. Decaffeinata. Mentre quei volti che hanno sfilato, le loro storie, le loro competenze stavano lì a dimostrare che il continente ha un profumo inebriante.

 

Questo il grande messaggio politico uscito dal Forum: gli africani occupano un posto in prima fila tra chi si batte per un mondo diverso da quello costruito con il cemento del denaro e della sopraffazione.

 

 

Gli intoppi

Una settimana di Fsm vissuta tra quasi mille workshop. I temi dominanti sono stati i migranti e i diritti; il movimento delle donne e la sovranità alimentare; il fenomeno del land grabbing (l’accaparramento delle terre da parte di paesi stranieri) e i grandi snodi ambientali, dall’acqua al surriscaldamento ambientale, fino ai danni delle nuove tecnologie e della green economy.

 

Una settimana intensa. Ma non si possono mettere sotto il tappeto i grandi problemi che questo Forum ha evidenziato. Infatti, nonostante le dichiarazioni alla camomilla dei massimi dirigenti del movimento, l’evento di Dakar si è rivelato l’apoteosi della disorganizzazione. Dibattiti saltati per mancanze di sale. Gente che vagava in cerca di informazioni. Programmi costruiti giorno dopo giorno. Giornate ingarbugliate, a causa dell’accordo saltato tra gli organizzatori locali del Forum e il nuovo rettore, che non ha più messo a disposizione le aule promesse e non ha sospeso le lezioni universitarie durante la settimana del Forum. Così, sono state montate in tutta fretta molte tende per sopperire alla mancanza di stanze.

 

Ma il caos ha regnato sovrano. A salvarsi dalla confusione sono stati i delegati delle varie campagne tematiche che, grazie ai tam tam elettronici, sono riusciti a ritrovarsi e a giungere a sintesi. A rimanere impigliati nella rete della disorganizzazione sono stati, invece, i singoli o le piccole realtà che arrivavano per la prima volta al Forum e che non sono riusciti a orientarsi. Una mancata partecipazione che ha posto una grave questione di democrazia all’interno del Forum stesso, l’agorà per eccellenza dei movimenti. Questione dibattuta nello stesso Consiglio internazionale del Fsm.

 

 

Mancate risposte

Consiglio che non ha dato risposte convincenti neppure sui due pericoli che incombono da anni sull’evento: il rischio di trasformare il Fsm in una grande industria, visto che ci sono potenti organizzazioni non governative che vivono anche di questo; e il rischio di vedere nascere una «specie di burocrazia altermondialista: una cupola di dirigenti che, a partire dalle loro funzioni, ottengono un certo potere, che si perpetua da anni», come ha avvertito Éric Toussaint, tra i fondatori del Forum stesso.

 

Una cupola che si muove in assoluta autonomia, come si è visto a Dakar. Nei giorni del Fsm è girato un volantino in cui si pubblicizzava un incontro, voluto dai brasiliani, all’Istituto Goethe, che aveva tra gli sponsor il colosso petrolifero brasiliano Petrobras. Vedere affiancati il logo del Forum e quello della multinazionale carioca è apparso una contraddizione stridente.

 

Resta avvolto nella nebbia il dilemma di sempre: il Forum è solo una fucina della nuova cultura politica, uno spazio di dialogo con una confusione di linguaggi, persone, organizzazioni che s’incrociano? O si deve trasformare in uno strumento di lotta? Per i sostenitori di questa seconda ipotesi, le rivoluzioni tunisine ed egiziane dimostrano che un altro mondo non solo è possibile, ma è pure realizzabile. Ma la tendenza prevalente è quella di individuare nel Forum la rete della società civile globale. La rete delle reti, dove in un unico spazio tutti i movimenti, i sindacati, le ong, le realtà locali, le associazioni possono incontrarsi e scambiarsi saperi.

 

 

Prossimo Forum in Europa?

La proposta circolava da tempo. È stata formalizzata ufficialmente nel Consiglio internazionale del Forum, l’ultimo giorno. Perché non realizzare il prossimo appuntamento, nel 2013, in Europa? A suggerirlo, il gruppo brasiliano. Con una motivazione sorprendente: voi del Vecchio Continente avete bisogno della nostra solidarietà. È vero, infatti, che il Forum è nato per dare voce a chi non ha voce e che il sud del mondo rimane il suo luogo di elezione. Ma è altrettanto vero, si è sostenuto nel Consiglio internazionale, che in Europa lo spazio del Forum è andato progressivamente a morire. I movimenti sono pochi, divisi, si guardano in cagnesco e stanno rotolando lungo una china di invisibilità. Inoltre, in molti paesi si sta allargando la forbice tra un nord e un sud, con differenze sociali ed economiche sempre più marcate, che rendono alcuni paesi europei molto simili a quelli della sponda sud del Mediterraneo.

 

«Una proposta che ci ha spiazzati», confida Raffaella Bolini dell’Arci e membro del board del Forum. «La trovo di difficile realizzazione. Siamo impreparati come movimento europeo. E ci troveremmo di fronte a insormontabili intoppi burocratici. Ad esempio, come si comporterebbero i governi europei davanti alla richiesta di visti per folte delegazioni africane? Tuttavia, abbiamo ringraziato i brasiliani. Hanno messo a nudo le nostre difficoltà e smontato le nostre presunzioni. Abbiamo bisogno di aiuto: non siamo i depositari della verità. Anzi, viviamo una crisi profonda. Per rinascere, dobbiamo imparare dalla vitalità degli stessi movimenti africani visti a Dakar».

 

Numeri

I dati ufficiali parlano di 70mila partecipanti alla marcia inaugurale del 6 febbraio nelle vie di Dakar; 7.500 coloro che si sono registrati; almeno 1.200 le attività previste; 130 i paesi rappresentati e 43 quelli africani. Gli organizzatori del Forum hanno stimato in circa 100mila le persone che hanno partecipato a eventi sportivi, cineforum, mostre, concerti e centinaia di convegni che si sono svolti nel campus dell’Università di Dakar, ma anche nei ristoranti, nelle stanze dei centri culturali europei o nell’auditorium di Place du Souvenir, affacciata sull’Oceano Atlantico, nel punto più a occidente del continente.

 


Intervista a Taofik Ben Abdallah, l’organizzatore dell’evento di Dakar

“Il Forum può esistere anche senza Davos”

È stato il grand maître dell’appuntamento senegalese. L’uomo che ha organizzato il Forum a Dakar. Sobbarcandosi le fatiche. Meritandosi gli onori. Ma anche le critiche di chi non ha apprezzato, ad esempio, l’eccessivo isolamento in cui si è chiuso in questi mesi di preparazione dell’evento “altromondialista”. Taoufik Ben Abdallah, tunisino, è il segretario del Forum sociale africano e membro del Consiglio del Forum mondiale. Ci ha accolto nella sua stanza spoglia, nel quartier generale dell’organizzazione, alla fine della grande kermesse. Per un primo bilancio a caldo.

 

Signor Ben Abdallah, l’impressione di molti è che questo sia stato, vista la partecipazione, il primo vero Forum africano…

Non dobbiamo dimenticare la presenza “mondiale” a Dakar. Ma, certo, la partecipazione africana è stata davvero massiccia. Uno spazio che si è conquistato in un processo durato 10 anni. C’è la speranza, quindi, che il Forum sociale mondiale (Fsm) sia più equilibrato nella sua composizione. E sarà sempre più forte, proprio perché ci sono le energie africane a renderlo più utile.

 

A suo avviso, qual è il messaggio politico che esce da questa edizione del Fsm?

Diversi. Intanto, è emersa la nuova situazione geopolitica mondiale, caratterizzata dalle potenze del sud del mondo, con la loro influenza in Africa. Poi, abbiamo verificato come molti movimenti popolari – dai sindacati ai gruppi cittadini, dalle associazioni che lavorano nel commercio equo ai giovani, alle donne… – abbiano avuto spazi numerosi e molto costruttivi. Questo vuol dire che per i movimenti il Forum resta un luogo utile. Altro messaggio rilevante: l’evento di Dakar si è svolto nel contesto delle rivolte tunisina ed egiziana. Molti dei partecipanti hanno espresso la speranza che le rivolte si estendano e che i popoli del continente africano prendano progressivamente in mano il proprio destino, sbarazzandosi delle dittature. Ultimo aspetto da sottolineare: il Fsm, nato in contemporanea e in contrapposizione al Forum di Davos dell’élite economica mondiale, può vivere di vita propria. Non ha bisogno di essere organizzato nello stesso periodo, perché ha una sua propria identità, multipla, aperta. Siamo in grado di proporre alternative e non essere una semplice reazione all’appuntamento svizzero.

 

Inutile negare la disorganizzazione generale del Forum. Queste difficoltà hanno inciso sui risultati finali?

È vero, ci sono state difficoltà logistiche e tecniche, legate al fatto che l’università non ha adempiuto al proprio impegno di mettere a disposizione sale e altri servizi. Ma, detto questo, non c’è mai stato un Forum senza problemi. A Mumbay non c’erano i traduttori, che invece a Dakar hanno lavorato sufficientemente bene. A Belém, l’università era in periferia e bisognava fare una decina di chilometri per raggiungere gli spazi. Io stesso sono mancato a tanti appuntamenti, qui a Dakar. Ma non mi va di addebitare questi problemi al fatto che siamo in Africa. I problemi sono comuni.

 

C’è stata la volontà politica di boicottare il Forum da parte del governo senegalese?

No, assolutamente. Le difficoltà sono nate con l’Università. Abbiamo incontrato le autorità e la classe politica senegalese prima del Forum. E non abbiamo avvertito alcuna opposizione. Al contrario, il governo ci ha finanziato, ci ha facilitato l’accesso agli ambienti, ha agevolato i permessi per i visti per chi arrivava da paesi stranieri e ha offerto il suo appoggio in campo medico. Inoltre, diversi politici locali hanno partecipato alla marcia di apertura del Forum e ai dibattiti.

Ritiene che il Forum resti uno strumento utile?

Credo che debba evolversi da movimento globale importante – che privilegia il numero, la dimensione e le attività autorganizzate – verso un Forum che sia più la sintesi delle attività che si svolgono prima. Che sia più un momento di valutazione delle lotte che noi conduciamo sul campo sui vari temi: dal clima all’ambiente, alle migrazioni. Penso, poi, che il Forum debba tener conto maggiormente delle nuove realtà geopolitiche. Non mi dispiacerebbe, ad esempio, che si cominci a farlo in Europa. Tanto più che l’Europa meridionale vive una situazione economica e sociale molto simile a quella di alcuni paesi del sud del mondo. Ma il Forum in Europa può avvenire a una sola condizione: deve essere coorganizzato con i movimenti del sud. Non si deve più cadere, infatti, in certe derive conosciute nel passato.

 

Qual è il bilancio economico del Forum?

Avremo un piccolo deficit. Il budget preventivato inizialmente era di 4 milioni di euro. In realtà, è costato un milione e 600mila euro. Abbiamo lavorato al minimo. Penso che sia stato, insieme con quello di Mumbay, il Forum meno costoso. Abbiamo fatto appello a un volontariato numeroso. E la risposta è stata positiva: quasi 1.000 volontari hanno garantito i servizi e la sicurezza.

 

Chi vi ha finanziato?

Abbiamo ricevuto sostanziosi contributi da alcune organizzazioni non governative europee, come l’olandese Novib, o da fondazioni, come la finlandese Cimo. Il governo senegalese è intervenuto con circa 35mila euro, più gli appoggi a livello logistico e amministrativo. Anche il comune di Dakar ha versato 80mila euro e ci ha aiutato, poi, da un punto di vista della comunicazione, nella stampa di cartelloni, volantini, manifesti appesi in città. Inoltre, ci sono stati i contributi di due governi africani: quello algerino, con 30mila euro, e quello marocchino, con 100mila. Penso che sia la prima volta per un Forum che i finanziamenti provenienti dall’Africa sono così elevati. (Giba).

 

La Carta dei migranti e la giornata contro il razzismo

Riuniti nell’isola di Gorée, luogo simbolo della tratta degli schiavi africani, oltre 150 delegati delle associazioni di tutto il mondo hanno elaborato e firmato, il 4 febbraio, la nuova Carta dei migranti. Che prevede, tra gli altri, quattro punti centrali: la libera circolazione delle persone; la soppressione dei visti e delle frontiere; l’uguaglianza dei diritti per chi vive in uno stesso spazio geografico; l’esercizio di una piena cittadinanza fondata sulla residenza e non sulla nazionalità. L’idea di mettere nero su bianco i diritti dei migranti era stata lanciata nel 2006, a Marsiglia, da un gruppo di sans papiers. A Dakar, l’idea si è concretizzata. Ora, accanto alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo – spesso ignorata – e alle varie costituzioni nazionali, i migranti avranno una Carta dei diritti, pensata e realizzata sulla base di principi universali. All’interno del Forum, poi, le molte organizzazioni che lavorano con i migranti hanno proposto il 18 dicembre 2011 come “la giornata contro il razzismo, per i diritti e la dignità dei migranti, rifugiati e sfollati”. (Giba)

 

Crisi ambientale, tutti a Rio

La “giustizia climatica e ambientale” è stata tra i temi portanti del Forum di Dakar. Crisi ambientale; cambiamenti climatici; esaurimento delle risorse naturali essenziali, come l’acqua; l’accaparramento delle terre (land grabbing); la desertificazione; la perdita della biodiversità. Tutti temi centrali in molti dibattiti ascoltati nel campus universitario. Molto applaudito l’intervento dello scienziato canadese Pat Mooney, che ha smontato anche la cosiddetta green economy e la sua finanziarizzazione: «I poteri di sempre hanno già individuato nel filone verde un nuovo business dove speculare». A suo avviso, la green economy è un grande ombrello sotto il quale vogliono far passare investimenti in energia nucleare, nanotecnologia, biologie sintetiche, fertilizzazioni dell’oceano, geotecnologie. «L’industria legata a questo business modifica l’ecosistema, inducendo la gente a non cambiare stile di vita».

Il popolo “altermondialista” si è dato appuntamento a Rio de Janeiro, dove l’Onu sta organizzando, per maggio 2012, una conferenza sulla biodiversità, a 20 anni dal primo summit sul tema. Ecco perché questa nuova conferenza è chiamata “Rio+20”. Anche se, prima di questo appuntamento, è previsto l’incontro di Durban (in Sudafrica, dal 28 novembre al 10 dicembre 2011), dove i capi di governo si ritroveranno per rispondere al dramma del surriscaldamento ambientale, dopo i fallimenti delle Conferenze di Copenaghen 2009 e Cancún 2010.





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