Da Nigrizia di giugno 2011: Niger, i migranti scappati dalle bombe di Gheddafi e della Nato
Sono oltre 60mila i nigerini ritornati in patria dalla Libia. Migranti dimenticati. Il rimpatrio è complicato. Il presidente Issoufou, fresco di elezioni, si trova ad affrontare anche l’ennesima crisi alimentare del paese. Il dramma delle famiglie private di una delle poche fonti di sostentamento: le rimesse.

Da mesi i politici e l’opinione pubblica hanno gli occhi puntati sugli sbarchi di migranti a Lampedusa (34mila da gennaio a metà maggio 2011). Che non accennano a diminuire. Così come non si arrestano le polemiche infuocate, a scopo per lo più elettorale, scatenate da quegli arrivi.

 

Ma c’è un altro esodo di grandi dimensioni, silenzioso, che sta avvenendo nella quasi totale indifferenza di media e governi occidentali. In direzione opposta, però: da nord a sud. È la lunga odissea degli immigrati, per la maggior parte nigerini (66.178 è il dato aggiornato all’11 maggio 2011) che dall’inizio della guerra civile libica sono sfuggiti alle bombe di Gheddafi e hanno varcato il confine fra Libia e Niger, transitando per il posto di blocco di Dirkou.

 

Questo villaggio sahariano – 4mila abitanti, una bianca fortezza coloniale e bei palmeti – è il punto di passaggio obbligato, a metà della pista che da Agadez, 650 chilometri a sud, porta al confine libico. Dalla fine degli anni Novanta più che le lunghe file di cammelli delle mitiche azalai, le carovane del sale, sono stati i camion Mercedes a percorrere il tragitto fino a Dirkou, per poi proseguire per altri 550 chilometri e raggiungere il confine con la Libia, a Toumou.

 

L’antica città carovaniera, che già nel 15° secolo oltre a oro e spezie commerciava schiavi, è stata, infatti, per anni il luogo di partenza dei camion stracolmi di nuovi schiavi, i disperati che dalla Nigeria, dal Ghana, dal Togo e dallo stesso Niger tentavano la traversata del deserto del Ténéré per raggiungere la Libia e da lì, soldi permettendo, l’Europa. Un traffico fiorente, che dal 2007 – quando gli scontri fra ribelli tuareg e forze governative e le mine disseminate lungo le piste dell’Aïr hanno bloccato il turismo – è diventato centrale per l’economia di Agadez, messa a dura prova da guerriglia, siccità e inondazioni.

 

Inversione di marcia

La guerra in Libia ha invertito la direzione di marcia di migliaia di migranti. Dall’inizio di marzo l’oasi di Dirkou è l’approdo non per chi parte, ma per gli oltre 60mila che, dopo anni di lavoro in Tripolitania, Cirenaica o lungo le rotte del turismo (senza aver mai avuto da Tripoli il diritto alla cittadinanza né il permesso di soggiorno), rientrano in Niger, costretti ad abbandonare la nuova vita faticosamente costruita all’ombra della Jamahiriya, per fare precipitosamente ritorno nei villaggi di origine. Spesso sono stati minacciati, le loro case distrutte.

 

«Ho lasciato in Libia il frutto di cinque anni di fatica. Sono stato denunciato proprio dal mio datore di lavoro: uomini armati sono venuti a prendermi e mi hanno picchiato. I libici non ci considerano esseri umani, men che meno fratelli africani», s’indigna Ibrahim Inoussa, della regione di Zinder, parlando con l’inviato del giornale Aïr Info. Altri denunciano i soprusi dei soldati nigerini: «Arrivati a Madama (primo avamposto militare a 100 chilometri dal confine libico, ndr), ci hanno messo in fila sotto il solleone e abbiamo dovuto consegnare mille franchi Cfa a testa (1,5 euro)». A fine aprile, una missione congiunta di funzionari della regione di Agadez (nel cui immenso territorio desertico, 667.799 chilometri quadrati, si trova l’oasi di Dirkou) e di rappresentanti dell’Unicef e dell’Ocha, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, ha compiuto una valutazione della situazione sul terreno. Il quadro che ne ha tratto è disperante.

 

I migranti arrivano a Dirkou da Madama su grossi camion a dieci ruote, viaggiando in condizioni di grande disagio. Centinaia di chilometri in pieno deserto, con poca acqua e cibo. La Croce Rossa internazionale sta intervenendo per rimettere in funzione sette pozzi tradizionali sulla pista fra Toummo e Bilma.

 

Dal 2009 l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) gestisce nel villaggio un centro di transito per 250 persone, assolutamente insufficiente a ospitare il flusso di migranti in attesa di far ritorno alle regioni d’origine. «Al loro arrivo, cerchiamo d’identificare i soggetti più bisognosi, donne e bambini, fornendo assistenza e riparo», dice Abibatou Wane, capo missione dell’Oim in Niger. Gli stranieri (2.995) devono essere trasportati nella capitale Niamey; i nigerini fino ad Agadez, per poi proseguire verso le regioni di appartenenza. Mancano i mezzi di trasporto. L’esercito organizza convogli scortati di 30 camion, ma non a frequenza regolare.

 

Il rimpatrio in tempi brevi dei profughi è una priorità assoluta. «Non si sono mai viste così tante persone a Dirkou. Le risorse alimentari scarseggiano. I prezzi dei beni di prima necessità sono saliti a dismisura. Manca l’acqua e non ci sono strutture igienico-sanitarie», dice, allarmato, Mahman Nour, prefetto del dipartimento di Bilma (40 chilometri da Dirkou). Il rifornimento alimentare di Dirkou avveniva attraverso la Libia; adesso le derrate partono da Agadez o addirittura dalla capitale Niamey, che è distante 1.600 chilometri. Il Programma alimentare mondiale (Pam) ha fatto arrivare una cinquantina di tonnellate di viveri (riso, mais, olio, fagioli…), sufficienti a nutrire 2.500 migranti per un mese. Nel primo periodo di emergenza l’Oim ha nutrito 6.878 persone.

 

Sul fronte dell’assistenza sanitaria, Oim e Medici senza frontiere Spagna collaborano con il centro di salute locale, ma la situazione è molto grave.

 

La mancanza di acqua ha già causato decessi per disidratazione. Sono segnalati casi di morbillo e tubercolosi, oltre che di malattie intestinali e malaria. Ad Agadez, dove la Croce Rossa ha allestito un centro di accoglienza temporanea per 150-200 persone, si sono verificati 60 casi di morbillo fra i rimpatriati in arrivo da Dirkou.

 

Il 5 marzo le Nazioni Unite hanno lanciato un appello per 160 milioni di dollari a sostegno degli immigrati costretti al rimpatrio forzato dalla Libia. Il 27 aprile l’ha fatto il governo nigerino, invitando i donatori internazionali ad aprire il portafoglio. L’arcivescovo di Niamey, mons. Michel Cartatéguy, ha annunciato che la Caritas nigerina, appoggiata da quelle inglese e americana, ha elaborato un piano di 471mila euro per il rimpatrio e l’assistenza. L’Unione europea interviene attraverso la Direzione generale per gli aiuti umanitari (Echo) con un contributo di 40 milioni di euro, a cui si aggiungono 62 milioni stanziati da 22 paesi membri.

 

Di tutti i paesi africani coinvolti nelle drammatiche ripercussioni della guerra civile libica, il Niger è di gran lunga il più povero. La Tunisia deve fare fronte al maggior numero di rimpatri: 388.628 su un totale di 791.251 migranti (al 16 maggio 2011) fuggiti dalla Libia per rientrare nei paesi confinanti. Ma può contare su un pil pro capite annuo di 7.979 dollari. L’Egitto, 282.337 rimpatriati, ha un pil pro capite di 5.889 dollari. Il Niger, di 657 dollari, con un’aspettativa di vita media di 45 anni e il 63% dei 13,5 milioni di abitanti costretto a vivere sotto la soglia di povertà, con meno di 1,25 dollari al giorno. Negli ultimi anni, siccità e inondazioni hanno messo a dura prova la sicurezza alimentare del paese. Il presidente Mahamadou Issoufou, fresco di elezioni (12 marzo 2011), si trova ad affrontare l’ennesima crisi alimentare. L’allarme è stato lanciato il 5 maggio dal governo con un comunicato televisivo: 2,6 milioni di nigerini sono a rischio di carestia nelle prossime settimane; gli agricoltori aspettano con ansia le piogge.

 

Dramma familiare

Il rientro di quasi 100mila migranti – ai 66.178 transitati da Dirkou si aggiungono i 1.239 arrivati dal valico di Assamaka (confine con l’Algeria), i 18.862 in fuga dalla Costa d’Avorio, i 9.800 sbarcati all’aeroporto di Niamey – pone dunque problemi molto seri ai villaggi e alle famiglie d’origine, che vivono già in situazioni di estrema fragilità. E che spesso contavano sulle rimesse del familiare immigrato in Libia per la loro sopravvivenza.

 

Qualche cifra: all’inizio di maggio, 15mila erano rimpatriati a Tanout, 10mila a Gouré, 7.765 a Tchintabraden, 4.177 ad Abalak. Comitati ad hoc per la gestione dei rimpatri si sono creati in diversi dipartimenti. E il primo ministro Brigi Raffini, un tuareg originario di Agadez, si è rivolto proprio alle amministrazioni locali, invitandole a creare centri di accoglienza per sfamare, ospitare e aiutare i nuovi arrivati a reinserirsi nelle loro comunità.

 

«Lo choc del ritorno improvviso dalla Libia è vissuto come un dramma familiare e una catastrofe regionale», sintetizza il rapporto stilato dal comitato del dipartimento di Tanout, nel sud del Niger. «Durante la crisi agricolo-pastorale del 2009-2010, sono stati colpiti 185 villaggi su 385: 51.658 persone su 170.856 sono considerate a rischio». Perdita di bestiame, insufficienza di pozzi, deficit agricolo, rialzo dei prezzi dei prodotti agricoli: le cause sono molte e la povertà è uno spettro sempre presente. Chi rientra, magari dopo 20 anni, non ha più accesso alla terra, che è stata ridistribuita; la casa, nel frattempo, è crollata.

 

Il dipartimento di Abalak (750 chilometri a est di Niamey, 102mila abitanti) ha una vocazione pastorale. La siccità, seguita a forti inondazioni, ha causato la morte di 9mila capi di bestiame nell’estate 2010. Fino a febbraio le famiglie hanno potuto, però, contare sul sostegno di chi, già negli anni Ottanta, era andato a cercare lavoro in Libia. Ogni settimana – riporta il comitato – 50 milioni di franchi Cfa (76mila euro) di rimesse entravano nelle casse familiari e sostenevano l’economia locale.

 

Al gravissimo contraccolpo economico si potrebbe aggiungere il problema sicurezza. Dei giovani che rientrano dalla Libia molti sono in possesso di armi. La frustrazione di speranze deluse, la disoccupazione, l’incapacità di proiettarsi in un futuro migliore sono possibili e pericolosi detonatori.

 

Sfide importanti attendono nei prossimi mesi i governanti del Niger, paese che ha appena iniziato un nuovo percorso democratico.

 




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