Furto - Nigrizia
Libri
Abdulrazak Gurnah
Furto
La nave di Teseo, 2025, pp. 368. € 22,00
02 Febbraio 2026
Articolo di Arianna Baldi
Tempo di lettura 3 minuti

Si leggono d’un fiato, i romanzi di Abdulrazak Gurnah. Anche se densi, stratificati, attraversati da una forte tensione storica, la scrittura scivola con naturalezza, trascinando il lettore dentro trame che non rinunciano mai al piacere del racconto. Furto, il primo romanzo pubblicato dopo il Nobel per la letteratura ricevuto nel 2021, conferma questa cifra: una narrazione avvincente che diventa una lente sulla Tanzania postcoloniale e sulle sue trasformazioni.

A differenza di molte opere precedenti, viene meno il tema migratorio. L’intero romanzo è costruito dall’interno del paese, e proprio per questo produce un sottile ma costante straniamento: il cambiamento storico non è osservato da chi se ne è allontanato, ma da chi lo attraversa, restando. È una Tanzania che muta negli equilibri sociali, nelle opportunità, nelle disuguaglianze, e che viene raccontata attraverso le vite intrecciate di Karim, Badar e Fauzia, seguite di generazione in generazione, a partire dagli anni ‘70 ma con il cuore narrativo collocato negli anni ‘90.

Gurnah costruisce personaggi di grande complessità, mai riducibili a funzioni narrative o simboliche. Ognuno di loro è un universo in trasformazione, e il romanzo non teme di mettere in crisi le aspettative del lettore, restituendo tutta l’ambiguità dell’esperienza umana. Le esistenze dei tre protagonisti si snodano dentro una rete di rapporti di potere, dipendenze affettive e fratture, dove il passato coloniale continua a operare sotto traccia, modellando aspirazioni e fallimenti.

È qui che il romanzo lavora in profondità: il postcolonialismo non è una cornice teorica, ma una condizione vissuta, che permea lo sguardo dei personaggi su sé stessi e sulle loro relazioni. La fine del dominio formale non coincide con la fine delle sue logiche. Orientalismo, oggettificazione e razzismo riemergono in forme più sottili, spesso mascherate da buone intenzioni.

Lo si vede nell’arrivo delle giovani volontarie britanniche al Tamarind Hotel, e in particolare in Jerry, portatrice di un esotismo leggero e disinvolto, dove l’esperienza personale conta più delle persone incontrate. Ma la critica di Gurnah non è mai unilaterale: quello stesso “scintillio” occidentale esercita un potente fascino anche sui personaggi tanzaniani, alimentando desideri di adesione e processi di rimozione del proprio background.

Pare facile, per alcuni dei protagonisti, lasciarsi sedurre da ciò che l’Occidente rappresenta, fino a farne un orizzonte che promette riconoscimento e successo, ma al prezzo di una progressiva alienazione.

Gurnah non ricorre a tesi esplicite, né tanto meno ama gli excursus saggistici nella narrazione: attraverso il racconto di vicende personali, Furto mette così in scena un mondo attraversato da attrazioni asimmetriche, fraintendimenti e silenzi, in cui il cambiamento storico non produce liberazione automatica ma nuove forme di dipendenza, che incidono profondamente anche sui piccoli equilibri della vita di tutti i giorni.

È proprio in questa zona ambigua, fatta di desideri contrastanti e identità in tensione, che la scrittura di Gurnah trova la sua forza più duratura.

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