Attivisti dell'ong ambientale Green Up Gambia, impegnata nella lotta a deforestazione, desertificazione e degrado della terra (Credit: my-gambia.com)

Mentre a Glasgow stanno per concludersi i lavori della Conferenza delle parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Cop26), è importante ricordare che c’è un paese africano che può essere assolto con formula piena dalla responsabilità per la crisi climatica: il Gambia.

Si tratta del più piccolo Stato dell’Africa continentale – con una popolazione di 2,5 milioni di abitanti, la metà circa dei quali vive sotto la soglia di povertà -, enclave del Senegal, attraversato per tutta la sua lunghezza, da est a ovest, dall’omonimo fiume che sfocia nell’Oceano Atlantico.

L’ex possedimento britannico, rispetto a tutti gli altri paesi è quello che ha preso maggiormente sul serio l’urgenza di agire contro il cambiamento climatico, distinguendosi per aver prodotto le minori emissioni di CO2, il cui impatto totale ammonta a meno dello 0,01% delle emissioni globali annue. 

Il virtuosismo gambiano emerge anche dai dati del Climate Action Tracker (Cat), un’istituzione scientifica indipendente che monitora l’azione dei governi di fronte al climate change e la sua deviazione dagli obiettivi fissati nell’Accordo di Parigi del 2015, che prevedono l’abbattimento del 50% delle emissioni mondiali di gas serra entro il 2030.

Dei 36 paesi che sono stati presi in considerazione dal Cat (gli altri africani sono Etiopia, Gabon, Kenya, Marocco, Nigeria e Sudafrica), solo il Gambia ha assunto impegni sufficienti in linea con questo obiettivo ed è quindi l’unico che soddisfa i requisiti per l’abbattimento dei gas serra. Mentre tutte le altre nazioni, comprese quelle che compongono il G20, non sono affatto vicine agli obiettivi fissati per abbassare le temperature globali.

Uno dei pilastri della strategia del piccolo Stato dell’Africa occidentale per raggiungere i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni è lo sviluppo di tecnologie per aumentare l’uso di energia da fonti rinnovabili. 

Dopo un avvio stentoreo, il Gambia sta aumentando rapidamente la sua capacità di energia rinnovabile con un totale di 170 MW in progetti solari fotovoltaici da realizzare nel quinquennio 2021-2025, parzialmente finanziati dalla Banca mondiale e dalla Banca europea per gli investimenti. Questo consentirà la riduzione delle emissioni di gas clima alteranti fino al 44,4% entro il 2025.

I piani del Gambia contro il cambiamento climatico prevedono azioni lungimiranti tra le quali rientrano la salvaguardia delle specie minacciate e dei loro habitat naturali, oltre all’introduzione nei percorsi educativo-didattici, già nella scuola primaria, riguardo alle sfide poste dal riscaldamento globale.

In quest’ottica, lo scorso gennaio, Banjul ha lanciato un progetto di adattamento basato sull’ecosistema nel bacino del fiume Gambia – alle prese con un consistente aumento della salinità dell’acqua per effetto dell’innalzamento dell’oceano – per favorire lo sviluppo di un’economia resiliente al clima e basata sulle risorse naturali.

Un notevole sforzo per riabilitare 10mila ettari di terreno degradato in foreste e parchi naturali, piantando alberi e riavviando la coltivazione di 3mila ettari di terreni agricoli abbandonati. Il piano sarà finanziato con 20 milioni di dollari dal Green Climate Fund delle Nazioni Unite per aiutare i paesi in via di sviluppo ad adattarsi ai cambiamenti climatici.

Adattamento di cui il Gambia ha disperatamente bisogno per far fronte ai sempre più devastanti effetti dei cambiamenti climatici sul territorio e sulla sua popolazione.

C’è infine da evidenziare che, dopo l’elezione a presidente di Adama Barrow, nel gennaio 2017, che ha posto fine ai 22 anni di dittatura di Yahya Jammeh, non è la prima volta che il Gambia agisce mentre i grandi della terra rimangono inerti.

Come avvenuto nel novembre 2019, quando è riuscito a portare il Myanmar dinnanzi ai giudici della Corte internazionale dell’Aja per rispondere delle gravi violazioni dall’esercito birmano a discapito delle minoranze musulmane di etnia Rohingya.

Il 4 dicembre prossimo il paese torna alle urne per le elezioni presidenziali. La campagna è iniziata ieri con sei candidati, tra cui il contestato Adama Barrow, alla ricerca di un secondo mandato.

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