Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di settembre 2026.
La guerra imposta all’Iran, divenuta a bassa intensità con il passare del tempo, ha messo in sordina la drammatica questione palestinese.
I media mainstream hanno spento i riflettori sulla situazione disumana in cui vivono i cittadini di Gaza e della Cisgiordania, a causa della repressione militare che subiscono quotidianamente da parte di Israele.
L’accordo di pace per Gaza, siglato nell’ottobre 2025, non è mai stato rispettato da Tel Aviv. A circa un anno da quell’accordo, i morti a Gaza sono stati più di 2mila, molti dei quali donne e bambini.
Oggi Israele occupa circa il 70% del territorio della Striscia. Più di due milioni di gazawi vivono dentro un perimetro che rappresenta poco più del 25% della superficie della Striscia, una delle zone più densamente popolate al mondo.
Le condizioni di vita nella Striscia sono drammatiche: mancano cibo, acqua, medicinali, le infrastrutture igienico-sanitarie sono fatiscenti e in molti vivono dentro tende, in campi improvvisati.
Tutto ciò sotto gli occhi vigili delle Forze armate israeliane (Idf). Di fronte a questa situazione, il mondo resta in silenzio: è in atto una nuova fase di normalizzazione del dramma di Gaza.
Allo stesso tempo, Israele porta avanti con brutalità il suo piano di espansione in Cisgiordania. È all’ordine del giorno la violenza contro i palestinesi da parte dell’Idf e dei coloni. Dall’inizio della guerra, i morti in Cisgiordania sono stati più di mille, e migliaia di palestinesi sono in carcere.
Molti contadini sono stati cacciati dalle loro case e dalle loro terre dai coloni, sostenuti dall’Idf, e costretti a trasferirsi in zone aride. L’obiettivo di Israele è estendere il controllo su ulteriori territori per costruire nuovi insediamenti.
Il processo interessa tutte e tre le aree in cui è suddiviso il territorio: la zona A, amministrata dall’Autorità Palestinese; la zona B, sottoposta a un’amministrazione condivisa tra palestinesi e israeliani; e la zona C, sotto il controllo israeliano.
Dall’inizio della guerra, la violenza contro i palestinesi è aumentata anche nella zona A, formalmente amministrata dall’Autorità Palestinese, ma ormai fortemente indebolita e con un controllo effettivo sempre più limitato.
Il governo israeliano non ha mai nascosto l’intento di annettere nuovi territori, per favorire un’espansione geografica e demografica a scapito dei palestinesi. È l’obiettivo dichiarato da esponenti dell’attuale governo israeliano, sostenuto dalla destra religiosa ebraica radicale.
A ottobre sono previste le elezioni legislative in Israele: molti candidati, sia di destra sia di “sinistra”, fanno leva sulla questione palestinese e promettono misure ancora più restrittive nei confronti di Gaza e della Cisgiordania.
Una parte consistente della società israeliana ha appoggiato la guerra contro Gaza e rifiuta il dialogo con i palestinesi. Tuttavia, queste elezioni rappresentano un probabile ostacolo per l’attuale premier israeliano, Netanyahu, che cerca di presentarsi agli elettori come l’uomo che ha sconfitto la resistenza palestinese e reso il paese più sicuro e più forte.
Ma in molti non la pensano così, e ritengono che Netanyahu abbia sempre privilegiato i propri interessi rispetto a quelli nazionali. Il premier è indagato per corruzione e, in caso di sconfitta, perderebbe l’immunità, rischiando il carcere.
Tuttavia, anche in caso di sconfitta elettorale del governo, nulla cambierebbe in positivo riguardo al futuro dei palestinesi. Morto un Netanyahu, se ne fa un altro.
Netanyahu
è imputato per corruzione, frode e abuso di fiducia in tre vicende: regali da imprenditori, accordi con un editore e favori a un magnate delle telecomunicazioni in cambio di copertura mediatica.