Dal numero di novembre 2010: 30° Festival africano / Verona, 12-21 novembre
Uno sguardo d’insieme sul cinema del continente per coglierne le radici e le potenzialità. Una prima visione, “Après l’Océan”, e molte proposte di qualità. E per gli appassionati, una pubblicazione on line su Wikiafrica/Wikipedia.

Il Festival di Verona compie 30 anni. Un periodo che ha visto una forte evoluzione del cinema africano nel panorama cinematografico mondiale. In questo stesso arco di tempo il Festival di Verona (agli inizi chiamato Rassegna) ha avuto il merito di proporre, ogni anno, il meglio della produzione africana. In occasione di questo compleanno, vuole riflettere e fare il punto sul cinema del continente, proponendo una sintesi storica e un dibattito aperto al futuro della settima arte made in Africa. Registi e attori della nuova generazione e critici che hanno fatto la storia del Festival s’incontrano per capire da dove viene e dove va il cinema delle Afriche.

 

Tra le novità, una pubblicazione che ha l’ambizione di essere un nuovo contributo alla storia del cinema africano. Un testo dedicato agli appassionati, ai cultori, ma anche, grazie al suo approccio didattico, al mondo della formazione al cinema, sia a livello universitario che professionale. A curare l’opera, alcuni tra più bravi critici mondiali, assieme a registi africani della nuova generazione, che hanno contribuito alla scrittura di saggi e recensioni nell’arco di questi ultimi trent’anni: i nuovi generi come la fantascienza e il thriller, i diritti umani nel cinema delle Afriche, il boom del cinema popolare, ecc… Il Festival renderà questo grande lavoro accessibile e libero (in CC Copyleft) su Wikiafrica/Wikipedia. In seguito, ci sarà anche una pubblicazione cartacea.

 

“Generations: ieri, oggi e domani del sogno africano indipendente”. Il titolo-tema di quest’anno è chiaramente un riferimento alla dinamica e all’evoluzione di un cinema che è nato assieme alle indipendenze del continente. “Generations” è un richiamo alle generazioni di cineasti che ci hanno lasciato e che hanno segnato la storia di questa arte e dato voce alle aspirazioni e ai sogni d’indipendenza. Il Festival onora i pionieri e i “padri” del cinema africano con una selezione – “Best of” – di questi ultimi 30 anni di produzione cinematografica, con film di Djibril Diop Mambéty, Roger Gnoan M’Bala, Abderrahmane Sissako, Hailé Gerima, Sembène Ousmane, Souleymane Cissé, Flora Gomez, Idrissa Ouédraogo e molti altri. Ma “Generations” è anche lo sguardo rivolto ai registi africani contemporanei che interpretano la storia e propongono (con il loro cinema) le visioni per un futuro africano sotto il segno dell’indipendenza, non solo politica ed economica, ma anche culturale.

 

Migranti, thrillers e documentari

Tra i film più attesi, certamente la prima visione nazionale del film di apertura dell’antropologa Éliane De Latour, Après l’Océan. Uno sguardo sulle generazioni africane che vengono in Europa in cerca di fortuna. È uno sguardo sull’immigrazione insolito, importante e nuovo, che mostra il migrante in bilico tra mito, necessità di una vita migliore e volontà di ritorno vincente nel suo paese d’origine.

 

Tra i lungometraggi, figureranno: Un homme qui crie, di Mahamat Saleh Haroun (Ciad), già premio della giuria a Cannes 2010, film sulla crisi di paternità dell’Africa delle guerre e della violenza; Shirley Adams, film intimo e introspettivo di Oliver Hermanus (Sudafrica), un’intensa pagina di cinema contemporaneo, che racconta la storia di una donna che affronta il dramma di un figlio del nuovo Sudafrica; l’originale e indipendente Heliopolis, di Ahmad Abdalla (Egitto): incroci e dinamiche delle generazioni di giovani in un paese che cambia.

 

Le nuove generazioni sono protagoniste di film firmati da registe. Con Imani, Caroline Kamya (Uganda) ci racconta tre storie del suo paese in cerca di umanità e redenzione. Con Soul Boy, la giovane regista Hawa Essuman (Kenya) ci porta a Kibera, la baraccopoli di Nairobi, dove lo spettro della povertà e del male è vinto dal coraggio di due ragazzi. Ancora con il sapore del Mondiale di calcio, ci sarà Themba, di Stefanie Sycholt (Sudafrica): la vera storia di un coraggioso ragazzo che farà del sogno calcistico un simbolo di lotta contro i pregiudizi.

 

Nei cortometraggi, non possiamo non evidenziare alcune opere che mostrano l’attitudine al cambiamento di stile delle nuove generazioni: Pumzi, il film di fantascienza a tematica ecologica di Wanuri Kahiu (Kenya, Premio città di Venezia 2010); il musical Un trasport en commun, di Dyana Gaye (Senegal), e il thriller poliziesco The Suspect, di Sébastien Onomo (Camerun), che mostrano come i generi cambiano con stile e professionalità, e si allontanano sempre più dal “cinema villaggio” dei padri fondatori.

 

Sul versante dei documentari, segnaliamo Congo in Four Acts, di Patrick Ken Kalala, Kiripi Katembo Siku, Divita Wa Lusala e Dieudo Hamadi (Rd Congo): uno sguardo alla realtà congolese, per ritrarre figure di uomini e donne coraggiosi. Soltanto il mare, di Dagmawi Yimar (Etiopia), racconta il ritorno di uno degli autori del pluripremiato Come un uomo sulla Terra a Lampedusa, per un viaggio e ricerca personale. Importante anche il documentario Chronique d’une catastrophe annoncée/Haiti Apocalypse Now, di Arnold Antonin (Haiti), che, con cognizione di causa, guarda al terremoto che ha sconvolto il suo paese per aiutarci a non dimenticare.

 

Una nuova sezione in competizione – “Viaggiatori e migranti” – raccoglierà il meglio della produzione italiana e della diaspora africana in Italia. Tra i tanti, il pluripremiato Il sangue verde, di Andrea Segre sul dramma dei migranti di Rosarno (Reggio Calabria), il bel Tajabone, di Salvatore Mereu, già presentato a Venezia 2010, affresco di una classe multiculturale in Sardegna, e l’interessante documentario Vuoi Comprare?, di Mefehnja Tatcheu, Giordano Bianchi e Martina Malfatto, dove si sfatano i luoghi comuni sulla condizione dei venditori ambulanti africani.

 

Segnaliamo il premio del Festival di Zanzibar 2010, Ndoto za Elibidi (I sogni di Elibidi) di Kamau wa Ndung’u e Nick Reding (Kenya): con maestria, ironia e giusto senso dell’humor si parla di aids in uno slam di Nairobi, usando il teatro popolare. Il film è un continuo mostrare e farci sentire spettatori di una scena teatrale dove si ride, si piange e ci si emoziona, accogliendo la pandemia anche come esperienza umana da assumere con amore. Un festival, quindi, all’insegna delle generations, ma con molti eventi collaterali.
Per informazioni: www.cinemafricano.it.




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