I COLORI DI EVA – maggio 2011
Elisa Kidané

Parola d’ordine: festeggiare il ventennio di indipendenza dell’Eritrea. E mentre i preparativi si fanno sempre più assidui nella capitale, nel Mar Mediterraneo si consuma un’ennesima tragedia. Figli e figlie d’Africa vengono inghiottiti nel nulla. Pagine di polemiche. Poi, si registra “mare calmo”.

E ora? Chi avrà il coraggio di bussare alla porta di queste madri e dire loro di non attendere più notizie dei propri figli? Chi troverà parole per cercare di spiegare che questi giovani, che avevano lasciato tutto nella certezza di offrire a loro stessi e al proprio popolo un’alternativa migliore, giacciono per sempre in fondo al mare assieme ad altri mille e mille? Chi oserà convincere il popolo eritreo che questa ennesima tragedia è solo una delle tante che si aggiungono ad altre di altri paesi? Chi dirà loro che i morti da queste parti sono solo numeri che si assommano ad altri numeri? Chi dirà loro che forse a nessuno interessa sapere come si chiamavano e, tanto meno, ricordare i loro nomi fino alla settima generazione?

La notizia, rimbalzata da una agenzia all’altra, parla di circa 220 tra eritrei, etiopici, somali e altri africani ingoiati dal ventre ingordo del Mediterraneo. E, beffa su beffa, a solo un passo dalla agognata sponda della libertà. Un altro barcone con altrettanti disperati pare si sia perso nel nulla. La morte: solo questa sembra aver unito finalmente queste persone che, in vita, sono state costrette a combattersi. Dico “costrette”, perché, appena i generali voltano le spalle o abbassano la guardia, si uniscono e fuggono da una vita di guerra che non vogliono più vivere e affrontano, insieme, qualsiasi altro destino. Ora, per molti di loro il mare è diventato la loro ultima dimora… In patria restano le donne che piangono i loro morti.

In Europa, come risposta a questa tragedia, imperversano polemiche, fino al prossimo sbarco e al prossimo barcone carico di dolore. Ad Asmara, invece, un silenzio irreale accoglierà questa ennesima notizia di morte. Ogni famiglia dovrà piangersi il proprio figlio, marito, fratello, sorella, partiti alla ricerca di una via d’uscita. Nessun commento ufficiale, nessuna decorazione, nessuna ricorrenza. Sono morti che pesano solo sul cuore dei loro congiunti.

La misura è davvero colma. Non si può tacere, né rimanere spettatori del naufragio di una intera generazione. Una generazione braccata. Ovunque, la terra che li accoglie è inospitale: Egitto, Libia, Yemen, Sinai, Europa… Storie inenarrabili di violenze, di soprusi, di angherie di ogni sorta. Un solo appellativo li accomuna e li condanna: clandestini. Una generazione sfortunata. Non se ne può più davvero. Il cuore è saturo di dolore.

Oggi tutti si stracciano le vesti. Eppure, questa tragedia poteva essere evitata. L’aveva gridato ai quattro venti don Mussie Zerai, sacerdote eritreo, membro della Eparchia di Asmara (ordinato prete a Roma, il 19 giugno 2010, dal vescovo Menghesteab Tesfamariam, comboniano; una precisazione, questa, necessaria) e presidente dell’agenzia Habeshia per la cooperazione allo sviluppo. Agli inizi dei disordini in Libia, aveva lanciato un appello alla comunità internazionale perché venisse in soccorso di quei “dannati della terra”. Ora, giustamente, con amarezza constata: «Se la comunità europea ci avesse ascoltato quando, assieme al vescovo di Tripoli, lanciavamo l’appello a evacuare queste persone assieme ai cittadini europei che lasciavano la Libia, non saremmo qui a contare i morti e i dispersi».

Questa tragedia coincide con i preparativi della celebrazione del 24 maggio, il ventennio di indipendenza dell’Eritrea. Ma voi che, ormai assuefatti a certi fatti di cronaca, guardate esasperati l’ennesimo sbarco di migranti, ditemi: chi consolerà il mio popolo? Chi detergerà le lacrime che, giorno dopo giorno, lasciano un solco nel volto delle nostre madri? Chi darà loro il coraggio di danzare per una ricorrenza già gravida di lutto? E quando si riuscirà a mettere fine a questa emorragia che priva il paese di un’intera generazione?

Sono proprio loro, queste madri coraggio, la colonna portante della nostra terra. Donne che da sempre, nottetempo, avvolte nei loro nezelà, s’incamminano per andare ad invocare il Dio del cielo e della terra e del mare… Le ho sentite mormorare questa preghiera: «Proteggili, Signore! Proteggi i nostri figli e le nostre figlie. Proteggi i passi dei nostri giovani che vanno per terre sconosciute, che affrontano imprese impossibili». Preghiere, suppliche, e ancora preghiere. Da sempre, instancabilmente. Poi, tornano alle loro case, in attesa che passi il primo mattino. Perché quella è l’ora in cui arrivano ad annunciare qualche tragedia. Se passa questo critico momento, sarà una giornata da vivere pensandoli ancora vivi. Almeno per un altro giorno. Ma fino a quando?