Sudan / Il riabbraccio occidentale
Riaccreditato il violento regime di Khartoum, giudicato un alleato nella lotta contro il terrorismo e soprattutto uno sbarramento ai flussi migratori dall’Africa. La denuncia da un recente seminario internazionale tenutosi a Londra.

In anni recenti la politica di feroce repressione del governo di Khartoum non è solo continuata, ma si è intensificata nelle regioni del Darfur, Nilo Azzurro e Sud Kordofan. Tra gli ultimi esempi, la carneficina su vasta scala perpetrata nei mesi di gennaio e febbraio di quest’anno nella zona di Jebel Marra (Darfur), senza dimenticare i bombardamenti su popolazione e scuole nei Monti Nuba. Un’operazione politico-militare da “ground zero”: circa mezzo milione di persone uccise, violenze sessuali contro ragazze e giovani donne, espropriazione violenta delle terre, una moltitudine di sfollati raccolti in campi in cui l’accesso è negato alle organizzazioni di soccorso.
Un’emergenza umanitaria di 5.8 milioni di persone, con Khartoum che ha imposto un embargo umanitario nelle zone controllate dai ribelli del Sud Kordofan e del Nilo Azzurro. E il 50% del budget nazionale usato per spese militari.
A denunciare la situazione è il professor Eric Reeves dello Smith College (Usa), relatore principale al recente seminario: L’abbraccio internazionale di Khartoum: cause e conseguenze per il Sudan, implicazioni per il Sud Sudan, organizzato da The Society for the Study of the Sudans UK & The Centre of African Studies, University of London, nella sede della School of Oriental and African Studies (SOAS) a Londra.
Reeves ha puntualizzato come di fronte a tale escalation di violenza da parte del governo di Khartoum la risposta internazionale sia stata elusiva, minimizzante e ambigua, a dir poco. Ma ciò che è scandaloso, ancor più del fatto che tanta sofferenza non faccia più notizia, è che sia in atto un processo di reintegrazione di Khartoum nella comunità mondiale: un perverso riabbraccio internazionale di un regime colpevole di continui genocidi, al quale si ridona un tratto di rispettabilità e legittimità.

Cinica realpolitik
Solo quest’anno, ci sono già stati numerosi resoconti di rassicurazioni diplomatiche fatte al governo di Omar El-Bashir, di accordi di cooperazione economica e militare e di affari commerciali a livello sia regionale che transnazionale. I titoli recenti del Sudan Tribune, quotidiano di Khartoum, sono al tempo stesso significativi e scioccanti: Polonia e Sudan si impegnano nella sicurezza e cooperazione militare; Sudan e Regno Unito decidono di intensificare la cooperazione economica; Delegazione commerciale italiana arriva a Khartoum la prossima settimana; Germania e Sudan sottoscrivono un accordo di cooperazione per 51 milioni di euro; Il Sudan riceve 100 milioni di euro dalla Ue per arginare i migranti irregolari
Da parte sua, la politica degli Stati Uniti verso Khartoum rivela il suo carattere opportunistico, in quanto, come nel caso dei fatti violenti di Jebel Marra (Darfur), essa persegue un’ipocrita lettura di “equivalenza morale”, quasi che la violenza del regime fosse una semplice risposta alle provocazioni del Fronte rivoluzionario sudanese (Srf), coprendo così la lunga storia di oppressione delle popolazioni locali da parte del governo centrale.
Saremmo pertanto di fronte a una cinica realpolitik intesa a fare del regime forte di Khartoum un alleato nella lotta contro il terrorismo e soprattutto uno sbarramento ai flussi migratori dall’Africa.
Un tipico esempio di una simile politica è il discorso di Neven Mimica, Commissario dell’Unione europea per la cooperazione e lo sviluppo internazionale, a conclusione della sua visita al Sudan nell’aprile scorso, nel quale apprezza l’azione del governo di Khartoum ma nasconde la vera realtà del Sudan, letta a partire dalla presentazione che ne fa il governo stesso. Naïveté o cinismo? Nell’uno e nell’altro caso, comunque, sempre con gravi conseguenze per l’intero Sudan, come la sempre maggiore militarizzazione del territorio e l’abbandono delle sue popolazioni al loro destino di vittime sacrificali.
Questo cinico e perverso “riabbraccio” di Khartoum da parte del mondo politico internazionale è “la notizia” su cui l’incontro di Londra ha voluto attirare l’attenzione, per una presa di coscienza critica e per una conseguente azione politica ai vari livelli.

Necessario approccio multidimensionale
Nel dibattito che ha fatto seguito alla relazione del prof. Reeves si è cercato di immaginare possibili scenari di un’azione politica che conduca a una soluzione del dramma pluridecennale della zona Sudan.
Visto il riavvicinamento in atto tra Khartoum e la diplomazia internazionale, e dopo le esperienze disastrose dell’Iraq e della Libia, un intervento militare dall’esterno per rovesciare il regime di Khartoum sembra del tutto improponibile. Né più praticabile appare la strada di ulteriori secessioni; a parte il fatto che ogni proclamazione di indipendenza abbisogna, per esistere ed operare, di un riconoscimento internazionale che nel nostro caso sarebbe al momento molto difficile ottenere, una frantumazione del Sudan non sarebbe certo positiva per la stesse popolazioni di quella regione.
Si è così riconosciuto che la complessità della situazione richiede un approccio multidimensionale, dove però sia centrale la partecipazione attiva dei popoli stessi del Sudan e la promozione della loro capacità di andare oltre l’orizzonte delle singole etnie in vista del bene comune. Di fatto, delle rivalità etniche si è servito e tuttora si serve il regime di Khartoum per riaffermare il proprio potere; e, come dimostra la vicenda del Sud Sudan, tali rivalità aprono la strada agli interessi dominanti delle grandi corporazioni e a tutta una catena di sfruttamento e corruzione.