8 minuti e 46 secondi. Per questo tempo, l’agente di polizia Derek Chauvin ha premuto il suo ginocchio sul collo di George Floyd fino a provocarne la morte. È accaduto il 25 maggio a Minneapolis (Minnesota): Floyd, 46enne afroamericano, addetto alla sicurezza di un ristorante, era stato fermato dalla polizia per sospetto uso di una banconota falsa da 20 dollari nell’acquisto di sigarette.

Il fatto, ripreso con un cellulare e mandato in rete, ha innescato indignazione, proteste pacifiche in piazza e attraverso i social network, e anche reazioni violente in tutti gli Stati Uniti e nel mondo. In una decina di stati Usa è stata mobilitata la guardia nazionale e in 25 città si è utilizzata la misura del coprifuoco. Il presidente Trump ha incitato i governatori ad usare le maniere forti. Le proteste, che hanno causato altri morti, ancora continuano.

Già la causa occasionale, l’utilizzo brutale della forza in un normale controllo di polizia, è poco comprensibile in Europa e in Italia (anche se non mancano casi, come quello di Stefano Cucchi). Ma per valutare sia l’episodio in sé sia le reazioni che ne sono seguite è necessario metterne a fuoco le ragioni profonde. Capire cioè come si è costituita e come funziona la società americana.

Nigrizia ha chiesto un contributo a Gian Paolo Pezzi, missionario comboniano che dal 2010 vive e lavora a New York, ed è impegnato in particolare nell’ambito di giustizia e pace. Il missionario spiega le connessioni tra razzismo, violenza e individualismo, delinea i limiti del bipartitismo Usa e individua nella polarizzazione degli interessi politici e delle appartenenze sociali il “peccato originale” che gli Stati Uniti devono superare.