C’è un caso scuola che spiega come possano i finanziamenti delle istituzioni finanziarie internazionali mettere in crisi le casse di alcuni paesi africani.
Non solo: solleva pure interrogativi sul ruolo di queste istituzioni nella transizione energetica africana e sull’efficacia dei partenariati pubblico-privati in questo settore.
Rapporto di denuncia
Il caso è quello del Ghana. Gli investimenti della Banca Mondiale (BM) nel settore del gas di questo paese, pari a circa 2 miliardi di dollari dal 2007, hanno generato un debito energetico di oltre 3 miliardi di dollari anziché sostenere lo sviluppo economico del paese.
È quanto emerge dal rapporto Gaslighting Ghana: How World Bank-backed Projects Drive Crippling Energy Debt and Fossil Fuel Dependency in Ghana pubblicato da ActionAid Ghana e dall’organizzazione olandese SOMO.
Il paradosso è nato dalla scoperta nel 2007 di significativi giacimenti offshore di petrolio e gas, presentata come un’opportunità storica per il Ghana. La BM ha risposto con una strategia di ristrutturazione del settore energetico basata su partenariati pubblico-privati e apertura al capitale privato, mobilitando complessivamente oltre 4 miliardi di dollari di capitali privati.
I contratti “take or pay” al centro del problema
Il meccanismo al centro della controversia sono i contratti “take or pay”, che obbligano il Ghana a pagare volumi fissi di gas indipendentemente dal consumo effettivo. Secondo lo studio della Camera di commercio dei distributori di petrolio all’ingrosso del Ghana (CBOD) del 2021, il paese accumula circa 500 milioni di dollari di debiti annui a causa di questi accordi.
La fluttuazione della domanda elettrica e l’inefficienza delle infrastrutture di trasmissione comportano che parte del gas consegnato non venga utilizzato, ma debba comunque essere pagato.
Per evitare ulteriori perdite, il Ghana è incentivato a produrre elettricità anche quando non necessario, creando sovraccapacità e spingendo all’utilizzo di centrali termoelettriche gestite da produttori di energia indipendenti (IPP), anch’essi con contratti a clausole vantaggiose.
Il risultato è un aumento significativo del prezzo dell’elettricità prodotta. Il Ghana è costretto a sovvenzionare massicciamente il settore per coprire le perdite, mentre la popolazione paga tariffe più elevate senza beneficiare di miglioramenti significativi nell’affidabilità o nell’accesso universale all’energia.
L’obbligo di pagare sia il gas inutilizzato che l’elettricità prodotta a prezzi contrattualmente fissi ha generato la spirale di debito che ha raggiunto i 3 miliardi di dollari a fine 2024.
Tre progetti controversi
Il rapporto analizza tre progetti principali:
Giacimento Jubilee (2010): gestito da Tullow Oil e Kosmos Energy, il progetto è stato inizialmente accolto dagli investitori occidentali come una grande opportunità. Tuttavia, la nave galleggiante costruita per produzione, stoccaggio e scarico ha manifestato problemi fin dall’avvio.
Contrariamente ai piani, ingenti quantità di gas emerso sono state bruciate attraverso il flaring, con enormi impatti sulle emissioni di gas serra e spreco economico. Il paradosso è che mentre il giacimento bruciava gas quotidianamente, il governo ghaneano – alle prese con la carenza energetica – era costretto a incrementare le importazioni di gas naturale liquefatto.
L’impianto di trattamento del gas di Atuabo, necessario per processare il gas grezzo, è stato completato solo anni dopo l’avvio delle attività, con capitali cinesi dato che gli investitori occidentali non avevano previsto questa infrastruttura.
Per i primi quattro anni, il Ghana ha subito l’impatto ambientale del progetto senza poter usufruire del gas, indebitandosi nel frattempo con la Cina a condizioni onerose.
West African Gas Pipeline – WAGP (2010): il gasdotto Nigeria-Ghana, frutto di una joint venture guidata da Shell e Chevron, è entrato in funzione con anni di ritardo rispetto alla tabella di marcia. La Banca Mondiale ha fornito 50 milioni di dollari come garanzie contro il rischio di insolvenza statale e altri 75 milioni per tutelarsi dal rischio politico.
Il Ghana ha contratto un prestito di 75 milioni dalla Banca europea per gli investimenti per coprire i costi. Il progetto si è rivelato un fallimento operativo, funzionando in modo discontinuo e coprendo in media solo la metà delle quantità contrattualizzate, costringendo il paese a importazioni costose di combustibile per le centrali termiche.
Progetto Sankofa (2015): la Banca Mondiale ha avuto un ruolo chiave come co-finanziatrice, garante e consulente, impegnando oltre 1,2 miliardi di dollari per favorire un accordo con cui il Ghana si vincolava ad acquistare volumi di gas predefiniti da ENI e Vitol, indipendentemente dal consumo reale.
Le due compagnie hanno ottenuto un rendimento finanziario netto del 14% sui loro investimenti, oltre a vantaggi fiscali.
Per rendere operativo il progetto, il Ghana ha dovuto finanziare di tasca propria la connessione del giacimento al gasdotto WAGP, spendendo 170 milioni di dollari per l’interconnessione.
Il paese paga attualmente 50 milioni al mese per gas largamente inutilizzato. Di fronte ai ritardi nei pagamenti, ENI e Vitol hanno prelevato 360 milioni di dollari dal fondo di garanzia della BM, somma che ora il Ghana deve rimborsare.
Trasferimento del rischio al governo ghaneano
Il rapporto evidenzia come la Banca mondiale abbia promosso un modello standardizzato centrato sugli investimenti privati senza considerare la capacità del paese di gestire contratti complessi. Nel tentativo di attrarre investitori stranieri, la maggior parte dei rischi è stata trasferita al governo ghaneano.
«Il Ghana è stato costretto a stipulare accordi energetici insostenibili», dichiara John Nkaw, direttore nazionale di ActionAid Ghana. «Questi contratti garantiscono profitti alle multinazionali mentre il governo fatica a ripagare i debiti e i cittadini sopportano tariffe elettriche elevate».
Implicazioni per la politica energetica
La questione assume particolare rilevanza mentre la Banca Mondiale valuta di tornare sui suoi passi rispetto alla decisione del 2017 di interrompere i finanziamenti ai progetti di gas upstream.
Gli autori del rapporto chiedono di bloccare nuovi progetti sui combustibili fossili, cancellare il debito legato agli idrocarburi e riorientare i finanziamenti verso sistemi pubblici rinnovabili.