Luca Peloso

È stata la giornata di Taiye Selasi che sabato scorso, in un Palazzo d’Arco gremito, ha discusso con Marino Sinibaldi del suo romanzo Ghana must go (appena uscito da noi con il titolo La bellezza delle cose fragili), incontrando per la prima volta un pubblico italiano.

La Selasi, che è nata da padre ghaneano e madre nigeriana, ha vissuto in Massachussetts e a New York, pur avendo studiato Scienze politiche e Relazioni internazionali, non ha mai fatto mistero di volersi dedicare alla narrativa. Ne è uscito un romanzo ispirato in parte alla sua famiglia: il protagonista, Kweku, la cui morte dà l’avvio alla storia, è chirurgo, come il padre di Saiye, «un ghaneano al 100%» – così l’ha definito l’autrice – che muore straniero in patria e la cui parabola segna profondamente le vite dei personaggi.

Al cuore della vicenda, una doppia tragedia: dopo essere stato licenziato dall’ospedale in cui lavora (unico momento in cui interviene il motivo razziale), Kweku lascia la famiglia, quindi la moglie Fola decide di non aspettarlo e partire con i figli. Selasi ha insistito molto sul fatto che la vera tragedia non è l’espulsione di Kweku, ma quel che avviene dopo: come a dire che il male reale non è tanto il razzismo, quanto l’incapacità degli uomini – in questo caso un padre e una madre – di farvi fronte, finendo per coinvolgere nelle conseguenze dei propri gesti altre persone.

È quindi la famiglia il vero protagonista del romanzo, un personaggio a se stante, un organismo – ha sostenuto l’autrice – che è ben più della somma dei suoi membri: un’entità che vive di vita propria.

Dopo la presentazione del libro, Taiye Selasi ha risposto alle domande del pubblico, parlando di scrittura, di libri e della sua vita a Roma.