A partire dal 1° settembre il Ghana non esporterà più oro grezzo. A stabilirlo è una direttiva del Ghana Gold Board (GoldBod), l’agenzia statale che dal 2025 detiene i diritti esclusivi su acquisto, vendita ed export dell’oro artigianale.
Secondo i nuovi accordi – a cui bisogna aderire entro il 31 agosto – l’oro dovrà essere raffinato in Ghana prima dell’export, con costi a carico dell’aggregatore o dell’acquirente, e la violazione può comportare la revoca della licenza. Per aggregatore, SFA (Self-Financing Aggregators), si intendono gli operatori commerciali autorizzati dallo stesso GoldBod per l’acquisto dell’oro nel mercato ghanese.
In base alla nuova direttiva nessun lingotto potrà lasciare il Ghana allo stato grezzo. Il costo della raffinazione sarà a carico dell’SFA o del suo acquirente autorizzato e dovrà essere saldato prima dell’esportazione dell’oro raffinato.
Questo garantirebbe quei margini di guadagno generati dalla trasformazione del lingotto grezzo in lingotti d’oro di qualità certificata LBMA (London Board of Matriculation and Acquisition). Guadagni che sono storicamente confluiti verso l’esterno, lontano dai paesi che sopportano i costi ambientali e sociali dell’estrazione.
Una misura rischiosa
Ma il punto ora è proprio quello: se cioè il Ghana sia sufficientemente attrezzato per procedere come previsto.
Ad oggi risultano operativi due impianti sotto contratto con GoldBod. Uno è la Gold Coast Refinery che lavora in partnership con la sudafricana Rand Refinery, l’unica raffineria africana al momento accreditata LBMA, lo standard globale del mercato dell’oro. La raffineria ha una capacità massima assegnata di una tonnellata/settimana di dorè ASM (oro grezzo); due le tonnellate dichiarate.
L’altra e la Royal Ghana Gold Refinery, capacità di raffinazione di una tonnellata/settimana. Sommando i due accordi si arriva a un tetto teorico di circa 2 tonnellate/settimana, ovvero 100-104 tonnellate/anno a piena capacità.
Insomma un ordine di grandezza vicino o pari alle 104 tonnellate esportate nel 2025, come affermato dallo stesso GoldBod che ritiene, inoltre, di essere sulla buona strada per eguagliare o superare tale volume quest’anno. Fatto sta che si tratta di capacità teorica, non di produzione effettiva verificata: più fonti indipendenti segnalano che il divario tra la capacità nominale e quella reale a scala commerciale resta ampio.
C’è ancora un altro aspetto: anche se l’oro verrà raffinato localmente, gli acquirenti potrebbero comunque insistere affinché passi attraverso raffinerie certificate LBMA all’estero, il che potrebbe comportare per il Ghana il pagamento di doppie commissioni di raffinazione, vanificando qualsiasi presunto vantaggio in termini di costi.
In ogni caso, il settore aurifero rimane un vero e proprio pilastro dell’economia del paese, rappresentando circa il 95% delle esportazioni di minerali. Questa nuova decisione vuole tendere non solo a favorire maggiori guadagni ma anche ad avere maggiore controllo su questa risorsa.
Mani criminali sulle galamsey
Eppure, il Ghana non riesce a risolvere la questione più grave legata allo sfruttamento minerario, quella delle galamsey, ovvero le miniere illegali. È stato calcolato che l’estrazione artigianale e su piccola scala dell’oro genera ora circa 11 miliardi di dollari in valuta estera, rispetto ai 9 miliardi di dollari generati dalle grandi imprese minerarie. E, secondo le stime, il 70-80% dei minatori artigianali opera senza licenza.
Questo alimenta una vasta economia illecita che coinvolge centinaia di migliaia di minatori, finanziatori transnazionali, operatori stranieri, contrabbandieri, fornitori di attrezzature. Una reale minaccia alla sicurezza nazionale, secondo l’accurata analisi pubblicata su Africa Center for Strategic Studies.
“Con l’espansione dell’economia illecita parallela legata alle galamsey, si profila non solo una crescente minaccia alla sicurezza nazionale, alimentata dalla criminalità organizzata, ma anche un danno ad altri settori dell’economia ghanese”. Così si legge nel documento.
Secondo l’autore, a proteggere le attività di estrazione illegale sono sempre di più gruppi criminali organizzati. E lo fanno attraverso la violenza e l’intimidazione, al fine di controllare l’accesso alla terra e alle relative entrate.
Negli ultimi anni, gli scontri legati all’estrazione mineraria illegale hanno causato la morte di oltre 50 agenti delle forze dell’ordine e più di 120 civili. Il sequestro di un gran numero di armi da fuoco illegali nei siti minerari, sono l’ulteriore dimostrazione di quanto la situazione sia difficile da controllare.
Sempre più le reti locali di estrazione illegale si sono intrecciate con le rotte transfrontaliere del contrabbando d’oro e molti sono gli attori stranieri entrati nel commercio sia sotto forma di capitali che di attrezzature.
E si ipotizza già l’interesse di organizzazioni estremiste violente operanti nel Sahel, come il Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (GSIM o JNIM) che agiscono nei vicini Mali e Burkina Faso, sulle miniere nel nord del paese.
Un sistema radicato e strutturato
Insomma, se prima l’estrazione artigianale dell’oro era un modo per le popolazioni rurali del Ghana di integrare i mezzi di sussistenza, usando comunque strumenti artigianali e non invasivi, dall’inizio degli anni 2000 la situazione ha preso tutt’altra piega. E a risentirne sono anche i territori, ormai squarciati e inquinati.
Gli acquirenti stranieri di solito acquistano oro direttamente dai minatori, spesso tramite transazioni in contanti anonime con poca o nessuna documentazione, per poi rivenderlo a intermediari che operano in centri commerciali regionali come Kumasi.
In queste prime fasi, l’oro estratto illegalmente viene spesso mischiato con quello proveniente da fonti legali, complicando la tracciabilità e indebolendo i meccanismi di controllo.
Si stima che circa 50.000 minatori cinesi illegali operino ora in Ghana, supportati da reti più ampie di finanziatori, fornitori di attrezzature, intermediari e raffinatori informali. E tutto ciò non è nato dall’oggi al domani ma ha avuto tempo per organizzarsi e strutturarsi radicandosi profondamente nelle economie locali, generando occupazione, flusso di denaro e persino influenza politica.