L'UE e il Ghana firmano un accordo di sicurezza e difesa - Nigrizia
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L’intesa rientra in un più ampio programma di sostegno dell'Europa, avviato nel 2023 e del valore di 50 milioni di euro
L’UE e il Ghana firmano un accordo di sicurezza e difesa
Bruxelles punta su Accra per ostacolare la penetrazione jihadista nella regione e i flussi migratori verso il Mediterraneo, ma anche per riconquistare la fiducia dei paesi del Sahel che da tempo manifestano sentimenti antioccidentali
25 Marzo 2026
Articolo di Antonella Sinopoli, da Accra
Tempo di lettura 5 minuti
L'Alto rappresentante dell'UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Kaja Kallas, e la vicepresidente del Ghana, Jane Naana Opoku-Agyemang alla firma dell'intesa a Bruxelles (Credit: ministero della Difesa del Ghana)

Un partenariato, il primo di questo genere tra l’UE e un paese africano, è stato firmato dal Ghana e dall’Unione Europea con l’obiettivo di combattere l’insicurezza nell’area regionale dell’Africa occidentale. Insicurezza derivante da quello che è diventato l’epicentro del terrorismo, il Sahel.

Si tratta, appunto, della prima forma di collaborazione ufficiale in materia di sicurezza e difesa. A firmarlo, a Bruxelles, l’Alto rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Kaja Kallas, e la vicepresidente del Ghana, Jane Naana Opoku-Agyemang.

Terrorismo in espansione

Ormai da anni il Sahel sta affrontando la crescente violenza jihadista che, nel tempo, si è espansa fino a raggiungere anche paesi che fino ad allora erano rimasti immuni dal fenomeno.

Secondo dati di ACLED, che monitora i gruppi armati, i conflitti e le vittime, il numero di attacchi jihadisti nell’area è esploso, passando da 1.900 nel 2019, concentrati principalmente al confine tra Mali e Burkina Faso, a oltre 5.500 nel 2024 e 3.800 al 10 ottobre 2025, in un’area ormai grande il doppio della Spagna. Attacchi che hanno causato circa 76.900 vittime.

E se prima la violenza e la relativa instabilità erano concentrate in Mali, Niger, Burkina Faso si è diffusa e sta continuando a diffondersi negli stati costieri dell’Africa occidentale. Parliamo in particolare di Togo, Nigeria, Benin. Una tendenza che rischia di non fermarsi nel continente africano.

A dicembre scorso João Cravinho, rappresentante speciale dell’Unione Europea per la regione, aveva lanciato l’allarme. «Sappiamo che le organizzazioni terroristiche non restano dove si trovano. Sono una piaga non solo per le popolazioni direttamente colpite, ma anche una minaccia per altre. La sicurezza europea è minacciata dalla presenza di tali organizzazioni nella regione del Sahel», aveva dichiarato proprio in un incontro istituzionale ad Accra, capitale del Ghana.

E così, mentre gli stati guidati da giunte militari golpiste – appunto Mali, Niger e Burkina Faso – faticano a contenere la violenza, si cercano strade collaborative che aiutino almeno ad arginare la diffusione di tale terrorismo di matrice islamista, di quei gruppi armati legati ad al-Qaida e allo Stato Islamico.

Un’intesa da 50 milioni di euro

L’accordo, formalizzato nella sede dell’istituzione europea, prevede tra l’altro la condivisione di informazioni di intelligence e la gestione collaborativa delle crisi.

Fa seguito a trattative cominciate qualche anno fa e rientra in un più ampio programma di sostegno dell’UE, avviato nel 2023 e del valore di 50 milioni di euro, che prevede la fornitura di attrezzature per la sicurezza e l’intelligence al segretariato del Consiglio di sicurezza nazionale del Ghana.

Prevede, tra le altre cose, la fornitura di attrezzature militari. In Ghana sono arrivati infatti droni di sorveglianza, cannoni anti-drone e motociclette. L’obiettivo, più che colpire, sarebbe però quello di proteggere i cittadini e portare pace e stabilità, secondo quanto dichiarato dalla vicepresidente ghanese.

Controllo dei flussi migratori

Oltretutto, nonostante il paese sia rimasto alquanto al sicuro da attacchi – anche grazie al dispiegamento di forze nell’area settentrionale del territorio che confina con il Burkina Faso – il rischio di infiltrazione di estremisti e azioni da parte di reti criminali transnazionali che operano in tutta la regione è molto alto.

La permeabilità dei confini è una delle priorità su cui lavorare e in particolare l’Europa risente – in termini di emigrazione incontrollata – della spinta di quei flussi di persone che cercano di sfuggire alle crisi nei propri paesi. Persone tra cui – questo è sempre stato uno dei timori – potrebbero nascondersi individui radicalizzati.

Posizionamento geostrategico

L’Unione Europea ha anche un altro problema: riuscire a riconquistare la fiducia dei paesi del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger) che da tempo manifestano sentimenti antioccidentali.

In particolare Mali, Niger e Burkina Faso che nel 2023 hanno costituito l’AES (Alleanza degli stati del Sahel), alleanza che tra le altre cose rifiuta le ingerenze esterne, uscendo di fatto dalla Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (ECOWAS/CEDEAO), accusata di essere influenzata da potenze straniere come la Francia.

In questi paesi oggi prevale la presenza della Russia, in primis, anche se tale presenza, in forma di partecipazione militare, addestramento e fornitura di armi, non ha finora risolto la questione sicurezza e le azioni terroristiche che, invece, e abbiamo visto i dati, per molti analisti sarebbe peggiorata.

Nell’area sono influenti ormai anche potenze come la Cina, la Turchia e i paesi del Golfo.

Assistenza umanitaria

L’Unione Europea ricorda comunque di essere tra i maggiori donatori di aiuti umanitari al Sahel. Nel 2025, l’assistenza umanitaria dell’UE alla regione ammontava a 200 milioni di euro. Assistenza rivolta anche alle persone sfollate con la forza dal Sahel e ospitate nei paesi costieri limitrofi di Benin, Costa d’Avorio, Ghana e Togo.

Al momento sarebbero ospitati circa 160mila rifugiati e richiedenti asilo, provenienti principalmente dal Burkina Faso. Sfollamenti interni che non si sono fermati e che anzi sono in aumento. Si spera, intanto, che questo nuovo accordo permetta di lavorare strategicamente per fermare, o almeno contenere, la violenza jihadista e tutto quello che ne consegue.

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