Da Nigrizia di maggio 2011: Libia, gli amici africani
L’Unione africana si spende per accontentarlo. I paesi confinanti temono l’instabilità di Tripoli. Sudafrica e Zimbabwe lo guardano con rispetto e favore. Molti paesi lo aiutano con i mercenari. Il “re dei re”, nel corso dei suoi 40 anni al potere, ha tessuto una serie di relazioni, spesso economiche, con molti governi africani. Che ora fanno fatica a mollarlo.

Il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) ha seccamente respinto il tentativo di mediazione del Comitato ad hoc, formato da cinque capi di stato dell’Unione africana (Ua), che il 10 e l’11 aprile si è recato in Libia per tentare di porre fine alla guerra. Tra le proposte, figurano il cessate-il-fuoco, l’inizio del dialogo tra le parti e un periodo di transizione “inclusiva”. Accettata da Gheddafi, l’offerta è stata rifiutata dai rivoltosi di Bengasi, perché non contempla l’allontanamento del dittatore. Al Cnt è stato relativamente facile accusare l’Ua di «collusione con Gheddafi».

 

L’Ua aveva preso posizione prima che iniziassero i bombardamenti. Nel suo comunicato del 10 marzo, aveva condannato l’uso indiscriminato della forza e delle armi letali – si suppone, da parte di Gheddafi, ma senza nominarlo – ma anche la trasformazione delle dimostrazioni pacifiche in “ribellione armata”, e rigettato l’intervento militare sotto qualsiasi forma. Chiara la preoccupazione di non offrire all’Occidente alcun pretesto per Gheddafi una Guida per molti mettere piede militarmente in Africa. L’inizio dei bombardamenti (19 marzo) ha bloccato l’Ua proprio mentre si accingeva a mandare una missione a Tripoli, e l’ha indotta a fare appello per il cessate-il-fuoco.

 

Ma l’organizzazione africana, che riceve il 15% del suo bilancio da Tripoli, è tutta schierata con Gheddafi? I rapporti tra il colonnello e il continente richiedono una lettura meno superficiale. Tre paesi africani fanno oggi parte, come membri non permanenti, del Consiglio di sicurezza dell’Onu: Gabon, Nigeria e Sudafrica hanno votato a favore della risoluzione che ha autorizzato l’intervento. Subito dopo, però, Ali Bongo, presidente del Gabon, si è dichiarato contrario all’intervento. Il Sudafrica, invece, fa parte del Comitato ad hoc dell’Ua che ha proposto la mediazione, rifiutata dalla resistenza libica.

 

Dopo aver a lungo coltivato l’antico sogno di unire il mondo arabo, anche con una serie di “matrimoni” (Egitto, Sudan, Siria, Marocco e Tunisia, passando per il Ciad), alla fine degli anni ’80, Gheddafi si è rivolto all’Africa. Ha dovuto aspettare, comunque, la riabilitazione internazionale (2003) per dispiegare tutto il suo potenziale diplomatico ed economico nei confronti del continente. È logico che oggi ne raccolga, almeno in parte, i frutti.

 

L’appoggio politico più esplicito è venuto, tuttavia, solo dal Forum dei re africani, creato da Gheddafi stesso nel 2008, prima di diventare presidente di turno (2009-2010) dell’Ua, raggruppando i capi tradizionali del continente, che l’hanno eletto “Re dei re”. Il 24 febbraio scorso, si è risvegliata anche la pressoché defunta Unione del Maghreb arabo (Uma) che, senza una parola di condanna nei confronti di Gheddafi, ha fatto appello per la fine di ogni forma di violenza.

 

La posizione più delicata è quella dei paesi confinanti: Egitto, Sudan, Ciad, Niger, Algeria e Tunisia. Li unisce la preoccupazione comune per i flussi migratori cui devono far fronte: oltre 523mila migranti fino a metà aprile, accolti in gran parte da Tunisia (245.000) ed Egitto (209.000). Temono soprattutto che la destabilizzazione della Libia porti alla diffusione di gruppi terroristici. Non a caso, l’Algeria, che più di tutti ha subito da 20 anni a questa parte l’onda del terrorismo islamico, si è pronunciata contro l’intervento armato, ben sapendo che non avrebbe potuto risolvere la crisi in breve tempo e paventando uno scenario somalo. È in questo contesto che il governo inquadra il grave attentato di metà aprile in Cabilia, attribuito al Gruppo salafista affiliato ad al-Qaida nel Maghreb, che avrebbe ricevuto armi attraverso la Libia.

 

L’Algeria, che assieme alla Siria si era astenuta in seno alla Lega araba, è accusata dal Cnt di mandare mercenari a sostenere Gheddafi. Queste accuse, come quelle contro il Polisario, appaiono strumentali: conoscendo l’ostilità della Francia verso Algeri e i sahrawi, il Cnt vuole dare a Parigi un motivo per impegnarsi sempre di più al suo fianco.

 

Il Ciad ha ugualmente respinto le accuse del Cnt circa sue truppe al soldo di Gheddafi. Quanto all’analoga accusa rivolta allo Zimbabwe, anch’essa appare dettata dal fatto che il presidente Robert Mugabe ha condannato senza mezzi termini i bombardamenti sulla Libia, ritenendo che andassero oltre il mandato del Consiglio di sicurezza. Il dittatore zimbabweano è da tempo sostenuto da Gheddafi, e questo lo rende ancor più sospetto agli occhi degli insorti libici.

 

Ci sono pochi dubbi sul fatto che mercenari provenienti da diversi paesi siano al fianco di Gheddafi: la presenza di soldati stranieri è nota da tempo, anche se i suoi contorni sono sempre stati piuttosto indefiniti. Unica certezza è l’addestramento di ribelli per le guerre di destabilizzazione che il dittatore ha alimentato un po’ ovunque, non solo nei paesi vicini. In Africa esiste un fiorente mercato di mercenari e il colonnello se n’è servito in passato. Oggi lo utilizza anche per rinnovare il proprio armamento, alquanto vetusto.

 

Un intermediario libanese, Ziad Takieddine, è stato fermato all’inizio di marzo a Parigi, proveniente da Tripoli con 1,5 milioni di euro liquidi in tasca. Non è escluso che mercenari siano stati reclutati anche tra i migranti presenti in Libia. Queste notizie hanno fatto sì che i migranti africani siano stati fatti oggetto di sospetti e maltrattamenti; probabilmente sono stati anche vittime della ribellione armata.

 

Più complessi i rapporti economici. Attraverso la Libyan Arab African Investment Company (Laafico) e la Libya Africa Portfolio, la holding che gestisce, oltre alla Laafico, la compagnia petrolifera e la Banca sahelo-sahariana, Tripoli ha investimenti in molti paesi africani e in molti settori, compreso quello agricolo e alberghiero. Inoltre, è parte di alcuni progetti continentali, come l’Organizzazione regionale africana per le comunicazioni satellitari (Rascom), in cui detiene il 61% delle quote.

 

È stato attraverso finanziamenti nel campo dell’istruzione e della diffusione dell’islam che Gheddafi si è, inoltre, conquistato simpatie nel continente e conversioni alla sua politica panafricana, nonostante il trattamento inumano inflitto ai migranti provenienti dalle regioni subsahariane. Lo provano le manifestazioni che ci sono state in alcuni paesi, in particolare in Mali, a sostegno della “Guida della rivoluzione”.

 

Una cosa è certa: tra riflessi di diversa natura e preoccupazioni per la propria stabilità, l’Africa e, in particolare, l’Ua hanno perso l’occasione per un protagonismo che avrebbe forse potuto scrivere una pagina diversa della sua lunga storia di conflitti.

 




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