Manifestazione a Roma
La protesta, oggi, di una coalizione di associazioni che ha manifestato davanti al ministero degli Esteri contro la costruzione della terza, gigantesca diga, finanziata anche dalla cooperazione italiana, nella valle dell’Omo, in Etiopia.

L’appuntamento era per le 15:30 alla Farnesina. Una coalizione di associazioni tra cui Survival International, la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (Crbm) e due organizzazioni umanitarie del Kenya (‘Friends of Lake Turkana’ e ‘The Daughter of Mumbi’) ha messo in piedi, insieme ai sindacati Mae e Cgil, una manifestazione per indurre il dipartimento per la Cooperazione allo Sviluppo del ministero degli Esteri a non erogare il credito d’aiuto alla Gibe III. Per l’occasione è stata consegnata al Ministero una petizione contro la diga Gibe III firmata da oltre 300 associazioni che ribadiscono, in sostanza, le preoccupazioni e le raccomandazioni già espresse in una lettera aperta inviata al ministro Frattini e sottoscritta dalla maggioranza delle ong italiane.

 

Il governo italiano ha promesso di concedere all’Etiopia un credito di 250 milioni di euro per realizzare anche l’ultimo di una serie di sbarramenti artificiali sul fiume Omo, nel sud-overt del paese. Una decisione che è in agenda per il 17 giugno al Comitato Direzionale della Cooperazione italiana (DGCS), ma che potrebbe slittare. «Ci sono pressioni esterne piuttosto forti, anche politiche che potrebbero portare, se non altro, ad uno slittamento della concessione del finanziamento – dice Antonio Tricarico, coordinatore della Crbm – ma la situazione al momento non è chiara da questo punto di vista». «Certo – aggiunge – la Salini conta molto sui soldi messi a disposizione dal governo per portare avanti i lavori».

 

Gilge Gibe I e II, ed è in attesa ora di questa terza tranche di finanziamenti per completare l’opera di sbarramento, già avviata, ma che si trova a fare i conti adesso con difficoltà tecniche ed economiche.

Finanziamenti che, come denuncia il gruppo di organizzazioni che contesta il progetto, verrebbero erogati nonostante i drastici tagli ai contributi del governo italiano alla cooperazione internazionale.
Non solo. Le organizzazioni evidenziano come il progetto sia portato avanti senza il completamento degli studi sull’impatto ambientale e in mancanza di una regolare gara d’appalto per l’affidamento di quest’opera alla Salini.

Ma la preoccupazione maggiore è rivolta alle popolazioni locali. Se già le due precedenti dighe hanno avuto ripercussioni sui fragili equilibri idro-geologici e sulla vita dei 200 mila abitanti della Valle dell’Omo – dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità -, questo terzo sbarramento, il più imponente di tutto il continente, con i suoi 240 metri di altezza, mette a rischio anche la sopravvivenza stessa, più in basso, del Lago Turkana, vicino al confine con il Kenya. «Se la Gibe III verrà finita – ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival International – assisteremo anche alla fine delle tribù della bassa valle dell’Omo». Tutte denunce, queste, che la Salini, in un comunicato pubblicato alcuni mesi fa sul suo sito, liquidava come basate su “informazioni non adeguate”.