Presenza militare rafforzata
Mentre la prima base militare cinese all’estero è in avanzata fase di costruzione ad Obock, nel nord di Gibuti, il Giappone pensa a rafforzare la sua presenza nel piccolo paese del Corno d’Africa, operativa dal 2011.

Gibuti è forse il paese con la più alta densità di basi militari straniere in relazione alla sua estensione e al numero dei suoi abitanti. Vi si trovano anche un contingente francese e l’unica base permanente americana in Africa, dislocata a Camp Lemmonier, dismessa dai francesi alla fine del periodo coloniale. Anche l’Italia ha una sua presenza militare a Gibuti. Il paese, schiacciato tra il mare, l’Etiopia, l’Eritrea e la Somalia, si trova infatti in una posizione di straordinaria importanza strategica, in quanto controlla lo stretto di Bab el Mandeb, tra il Mar Rosso e il golfo di Aden e dunque le rotte commerciali che passano dal canale di Suez. Per di più si affaccia sugli stati petroliferi della penisola arabica e sul Medio Oriente, una delle zone in cui si giocano gli equilibri geopolitici mondiali del prossimo futuro. Infine, è uno dei paesi più stabili del Corno d’Africa e dell’Africa Orientale, regioni percorse da annosi conflitti interni e regionali, in cui si confronta la penetrazione dell’islam radicale in questa parte del continente.  

Finora la base militare giapponese, che si estende su una superficie di 30 acri, contigui a Camp Lemmonier, è dotata di 180 uomini della forza di difesa marittima, con il compito di partecipare alle operazioni antipirateria della forza internazionale e di scortare le proprie navi commerciali. Il 10% del traffico commerciale giapponese passa infatti dallo stretto di Bab el Mandeb. Le acque del Golfo di Aden e dell’Oceano Indiano adiacenti alla costa africana sono inoltre percorse dai pescherecci d’altura di Tokio. Il loro modo di operare, che si avvale della più avanzata tecnologia, è percepito come aggressivo dai paesi dell’area che dispongono di mezzi molto più limitati. Diverse analisi affermano che proprio l’iper-sfruttamento delle risorse ittiche, sarebbe tra le ragioni alla base della pirateria nella zona.  La pesca è uno dei settori portanti dell’economia giapponese, nulla di strano, dunque, che la presenza militare a Gibuti sia considerata come strategica per Tokio.      

Ma le recenti dichiarazioni di un portavoce del ministero della Difesa nipponico fanno pensare che oltre alle ragioni finora dichiarate, ce ne siano ormai anche altre. Con la presenza militare cinese a Gibuti, la competizione tra i due paesi, che si era finora giocata essenzialmente per l’influenza in Estremo Oriente, sembrerebbe infatti essersi messa in moto anche per l’Africa.  

Il Giappone avrebbe già cominciato i negoziati con il governo di Gibuti per allargare l’attuale base, al costo aggiuntivo di un milione di dollari l’anno. Il piano in discussione a Tokio prevede l’aumento delle forze presenti, sia in termini di uomini che di mezzi. E’ proposto, tra l’altro, il dispiegamento di aerei C-130, che dovrebbero essere usati, almeno ufficialmente, per eventuali operazioni di evacuazione di cittadini nipponici da teatri di guerra. Lo scorso luglio tre C-130 sarebbero stati inviati direttamente dal Giappone per evacuare i propri cittadini intrappolati dai combattimenti a Juba, in Sud Sudan. E’ inoltre atteso l’arrivo di veicoli corazzati.

Anche gli investimenti dei due paesi in Africa sono molto significativi e in aumento.  La Cina  ha allocato 60 miliardi di dollari per progetti di sviluppo, soprattutto nel settore delle infrastrutture e dell’agricoltura, e per rimettere parte del debito di alcuni paesi. Pechino è inoltre attivissima nell’aggiudicarsi appalti e per finanziare parzialmente grandi opere nell’area. Proprio nei giorni scorsi è stata inaugurata l’ultima di una lunga serie: una nuova linea ferroviaria elettrificata che unirà il porto di Gibuti alla capitale etiopica, Addis Abeba. L’opera ridurrà drasticamente i tempi e i costi di trasporto delle merci da e per l’Etiopia, rafforzando enormemente il settore commerciale e in generale le economie dei due paesi interessati.

Il Giappone, che ha già una forte presenza nei mercati dell’area (si pensi al quasi monopolio della Toyota nel settore automobilistico), si distingue anche per il sostegno alle operazioni umanitarie e di sviluppo. Recentemente ha ulteriormente aumentato il suo budget per l’Africa di 30 miliardi di dollari per il supporto allo sviluppo di settori economici sia pubblici che privati.