Raccontare gli effetti della crisi climatica, lo sfruttamento dei territori e delle risorse, in Africa è un mestiere pericoloso.
Dalle miniere di coltan della Rd Congo agli sgomberi di Mogadiscio, fino alla crisi idrica in Tunisia, chi vuole scrivere o testimoniare attraverso video cosa accade deve mettere in conto aggressioni, arresti e cause legali intimidatorie.
È il quadro che emerge dal monitoraggio dell’International Press Institute (IPI). Non casi isolati, quelli riportati, ma la fotografia di un fenomeno che l’organizzazione definisce ormai strutturale.
Minerali, disboscamento, rifiuti, acqua e petrolio i temi caldi
Tra ottobre 2025 e marzo 2026 sono stati documentati 26 attacchi e minacce contro giornalisti ambientali nel continente, concentrati attorno a miniere illegali, disboscamento e gestione del petrolio.
Repubblica democratica del Congo, Ghana, Mozambico, Ciad, Namibia e Zimbabwe compaiono nell’elenco dei paesi coinvolti.
Nei primi tre casi i giornalisti hanno subìto aggressioni, abusi e minacce mentre indagavano su attività minerarie e di disboscamento illegali, mentre in Ciad e Namibia, i reporter sono stati arrestati e intimiditi a seguito di indagini sulla gestione delle risorse petrolifere nazionali.
Anche i giornalisti che si occupano di questioni relative alla gestione del territorio e delle risorse idriche e al suo impatto sulle comunità locali hanno subìto molestie. I loro articoli spesso trattano di sconvolgimenti nella vita e nei mezzi di sussistenza causati da progetti minerari o infrastrutture.
Due giornalisti arrestati durante questo periodo sono ancora in detenzione. Uno di loro, Gideon Madikatidze, è stato arrestato in Zimbabwe a febbraio con l’accusa di “cyberbullismo” dopo che la sua testata giornalistica aveva denunciato presunti casi di corruzione in un accordo multimilionario per la conversione dei rifiuti in energia tra una società privata di gestione dei rifiuti e le autorità zimbabweane.
Questo caso sottolinea il crescente utilizzo delle leggi sui “crimini informatici” per colpire i giornalisti in Africa e altrove. A colpire chi fa informazione sui temi dell’ambiente non sono solo le forze di sicurezza statali, ma anche aziende, gruppi armati e attori locali con interessi diretti nello sfruttamento delle risorse.
Un quadro in costante peggioramento
Il trimestre successivo, aprile-giugno 2026, appena pubblicato, restituisce un quadro che non è affatto migliorato: quasi 100 casi documentati di bavaglio all’informazione o di minacce in 22 paesi (82 uomini e 18 donne), con la Somalia in testa, seguita da Sudafrica, Kenya e Uganda.
La quota riconducibile a polizia e forze di sicurezza è del 55% (era del 73,68% nel periodo precedente) mentre crescono gli attacchi da parte di semplici cittadini, all’11% dei casi, legati soprattutto alle proteste anti-immigrazione in Sudafrica.
L’organizzazione sottolinea, infatti, che stanno crescendo anche i casi di ripercussioni sui giornalisti che seguono proteste e si occupano di questioni sociali.
Ad aprile, il giornalista etiopico in esilio Yacob Yatane è stato trovato morto a Nairobi in circostanze sospette, dopo aver denunciato di essere pedinato e minacciato. La questione rimane poco chiara.
A fine maggio, l’IPI ha lanciato poi un allarme specifico sulla Somalia, documentando torture e giornalisti trasferiti da una stazione di polizia all’altra senza preavviso, proprio per renderli più difficili da rintracciare.
Altro caso specifico riguarda il Mozambico, dove il giornalista investigativo Estácio Valoi, direttore del portale Moz24h, è finito nel mirino per le sue inchieste sull’esportazione illegale di legname: il 16 giugno le autorità gli hanno sequestrato l’attrezzatura di lavoro a Pemba, nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, dopo che a dicembre 2025 la società Safi Timber lo aveva minacciato via email di azioni legali se non avesse rimosso le sue pubblicazioni.
Anche la Repubblica democratica del Congo resta un fronte critico nelle zone minerarie orientali. Il 28 gennaio 2026, miliziani AFC/M23 hanno impedito ai giornalisti di raccontare il disastro causato da una frana nella zona coltanifera di Rubaya, Nord Kivu, con un bilancio delle vittime rimasto incerto. Un anno prima il reporter Flori Drajiro era stato aggredito e derubato da miliziani presso il centro minerario di Mabanga, in Ituri.
Azioni legali intimidatorie: “Una tempesta perfetta”
A rendere il quadro più insidioso non sono solo le violenze fisiche. Il rapporto IPI di giugno 2026 descrive la diffusione delle querele bavaglio contro giornalisti ambientali e climatici: cause promosse non per ottenere giustizia ma per esaurirne tempo e risorse.
Sono state definite “azioni legali di stampo mafioso”, o SLAAP (Strategic Lawsuits Against Public Participation). Sono chiamate così le cause o querele temerarie intentate da soggetti potenti – politici, aziende o pubblici ufficiali – per intimidire e mettere a tacere giornalisti, attivisti e cittadini.
Lo studio, condotto in Ghana, Nigeria, Camerun, Kenya, Somalia, Mozambico e Sudafrica, rileva che nessun paese africano ha ancora una legge anti-SLAPP, che la fragilità economica delle testate espone i cronisti ambientali, e che tra chi promuove queste cause figurano spesso società energetiche ed estrattive a capitale straniero. Tutte situazioni che rappresentano “una tempesta perfetta per le molestie giudiziarie”.
Per la cronaca va ricordato che neanche l’Italia ha ancora recepito la direttiva europea anti-SLAPP.
Un fenomeno monitorato dal 2025
È dallo scorso anno che l’IPI ha deciso di occuparsi nello specifico del giornalismo climatico e ambientale in Africa. Già nella prima edizione del report del 2025 la situazione appariva molto seria. E oggi, a guardare i dati, è peggiorata.
Nei sei mesi coperti dall’analisi erano stati documentati 19 episodi di minacce e attacchi in nove paesi, con 20 giornalisti coinvolti. Rd Congo e Somalia risultavano i paesi più colpiti.
Il caso più grave quello del giornalista Fiston Wilondja Mazambi, rapito, torturato e ucciso il 5 agosto nel Sud Kivu da miliziani M23/AFC. Stava indagando su una presunta collusione tra ribelli e autorità governative nell’estrazione illegale d’oro.
La maggior parte delle violazioni riportate dal documento riguardava inchieste sullo sfruttamento di risorse naturali, miniere e conflitti fondiari, e vedeva coinvolti – anche in questo caso – soprattutto attori statali (polizia, esercito, magistratura), spesso tramite arresti, sequestro di attrezzatura o uso strumentale della legge.
Diversi i casi che hanno visto coinvolte aziende straniere, in particolare cinesi (Rd Congo, Sierra Leone, Zambia). In Somalia i giornalisti sono stati colpiti soprattutto mentre coprivano casi di sgomberi forzati legati alla crisi climatica.
Insomma, mentre l’Africa è tra i continenti più esposti al cambiamento climatico e alla corsa ai minerali critici, chi ne racconta le conseguenze: frane nelle miniere, sgomberi, disboscamento, inquinamento ambientale, contratti opachi, rischia sempre più spesso il lavoro, una causa civile o la vita.