Giornata mondiale contro le Mgf
Le mutilazioni genitali femminili sono ancora praticate in 28 stati africani. Più di 130 milioni di donne le hanno subite e il 90% si trova in Africa. Ogni anno 3 milioni di bambine sono a rischio nel continente. Facciamo il punto con Tommy Simmons di Amref Health Africa in occasione della Giornata mondiale dedicata alla lotta contro queste pratiche, che si terrà domani.

Domani ci celebrerà in tutto il mondo la giornata mondiale dedicata alla lotta e al contrasto delle Mutilazioni Genitali Femminili (Mgf). Una pratica che viene tutt’ora eseguita, con diverse incidenze, in 29 paesi nel mondo, 28 dei quali sono africani e che continua a persistere anche tra le popolazioni immigrate che vivono in Europa occidentale e Nord America.
Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sarebbero più di 130 milioni le donne che nel mondo sono state sottoposte alle Mgf e il 90% delle quali vivono in Africa.

Il 20 dicembre 2012 l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato la risoluzione sulla messa al bando universale delle Mgf e da molto tempo ormai molte Ong sono in prima linea in questa battaglia, dalla campagna “Non c’è pace senza giustizia” passando per “End Fgm” di Amnesty International fino ad Amref Health Africa che porta avanti da anni progetti in Kenya e Tanzania, e della quale si è fatto portavoce direttamente il fondatore della sezione italiana, Tommy Simmons, attraverso il quale si può capire meglio di cosa si tratta.

Per chi non lo sapesse, le Mgf fanno sicuramente parte delle più gravi e devastanti violazioni dei diritti umani delle donne e comprendono tutte le procedure che comportano la rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre lesioni agli organi genitali femminili che vengono effettuate per ragioni non mediche. L’Oms le classifica in 4 tipologie a seconda della gravità (dalla circoncisione all’escissione del clitoride, fino alla più devastante, l’infibulazione).
Queste pratiche sono sempre eseguite nel periodo giovanile. L’età in cui vengono effettuate varia dall’infanzia fino ai 15 anni a seconda delle etnie e del tipo di mutilazione.  Sempre l’Oms ritiene che solo in Africa siano a rischio ogni anno circa 3 milioni di bambine.  

Le conseguenze provocate da tali azioni sono dannose e traumatiche sia sul piano fisico che su quello psicologico e soprattutto lo sono a lungo termine. Concetto espresso anche da Tommy Simmons il quale afferma: «Oltre ai rischi di infezione, emorragie e shock quando vengono praticate, in molti casi provocano infertilità, aumentano le complicazioni durante il parto, favoriscono patologie come la fistola e privano la donna del piacere sessuale. Le Mgf non hanno alcun beneficio sulla salute della donna, ma finiscono solo col ledere la sua salute e la sua vita sessuale».
Lo stesso Simmons, poi, non esagera quando afferma che queste azioni «riflettono una radicata disuguaglianza tra i sessi, andando a costituire una forma estrema di discriminazione contro le donne».

Le spiegazioni sono essenzialmente culturali, sociali e religiose. Le origini delle Mgf sono antichissime e «a tutt’oggi – dichiara Simmons – la provenienza esatta rimane avvolta nel mistero, la popolazione stessa di fronte alla domanda risponde semplicemente “perché è così che si fa”».
Le Mgf possono servire a controllare la sessualità della donna, ad esempio la verginità ritenuta un prerequisito per il matrimonio. Sono anche considerate una convenzione sociale necessaria per l’inserimento onorevole e a tutti gli effetti della ragazza all’interno della comunità come giovane donna portatrice dell’identità culturale. Ma possono pure essere viste semplicemente come una pratica religiosa convenzionale.
Come confermato da Tommy Simmons: «Si tratta a tutti gli effetti di riti di passaggio in cui si afferma che la bambina è cresciuta, è matura e può partecipare alla vita della comunità con orgoglio».
Infatti, un aspetto peculiare di queste pratiche tradizionali è la perpetrazione di questa consuetudine da parte delle donne stesse. «Sono spesso le madri che incoraggiano le figlie a subirle, la pratica viene così tramandata di generazione in generazione, rafforzando nel tempo le credenze che portano all’affermazione di questa usanza» dice il fondatore di Amref Italia.

Veniamo alla legislazione, che sicuramente rappresenta un presupposto fondamentale per il cambiamento sociale. È vero che nel 2012 l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato la messa al bando delle Mgf e che lo scorso dicembre ha adottato senza votazione un’ulteriore risoluzione che va ad «intensificare gli sforzi globali per l’eliminazione delle Mgf», richiamando così gli stati membri all’impegno, ma è a livello nazionale che si deve fare di più. In Africa su 28 paesi dov’è ancora presente la pratica, sono 18 quelli che hanno adottato una legge che la vieta. I dieci rimasti indietro sono: Mali, Sierra Leone, Sudan, Gambia, Liberia, Costa D’Avorio, Guinea Bissau, Repubblica Centrafricana, Camerun e Uganda.

Accanto alla legislazione è necessario avere un approccio diretto con la popolazione che miri al dialogo e all’educazione sulle conseguenze di tali pratiche. «Molti Paesi hanno formalmente proibito la pratica delle mutilazioni sulle ragazze – afferma Simmons – ma quando vanno ad incidere su usi e costumi tradizionali, molto radicati nell’identità stessa delle tribù, le leggi hanno un impatto molto moderato. A livello locale, l’etnia riconosce la leadership e quindi quest’ultima tende a non contraddire il proprio elettorato. Così facendo la legge non viene fatta rispettare».

Com’è facilmente prevedibile, quindi, è difficile agire su tradizioni millenarie ben radicate. A questo proposito un’idea la dà Amref Italia, che da tempo ha iniziato a proporre alle comunità dei riti di passaggio alternativi, tecnica che in pochi anni ha salvato oltre 4mila ragazze. «Lo si fa chiedendo alle comunità stesse, capi villaggio, anziani, donne e famiglie come fare e concordando con loro delle alternative che permettano il riconoscimento del passaggio all’età adulta tradizionale all’interno dell’etnia, ma senza quello che viene comunemente chiamato il “taglio”» dice Simmons.

Un’iniziativa che ha degli effetti positivi a lungo termine, prosegue il fondatore di Amref Italia, «le ragazze con questo processo acquisiscono una forte coscienza dei propri diritti e ciò rappresenta un passo in avanti enorme, perché quelle stesse giovani donne diffonderanno questa coscienza alle generazioni successive» salvando altre ragazze.

L’uomo è resistente al cambiamento e si arrocca sulle sue tradizioni, ma, come conclude Tommy Simmons, «attraverso la scolarizzazione e il dialogo si può avere successo. Non è una cosa che avviene dall’oggi al domani, ma la voce si sparge, specialmente in Africa». 

Nella foto in alto alcune ragazze Masai si preparano per una cerimonia. (Fonte: Amref Health Africa). Nella foto sopra il direttore di Amref Health Italia, Tommy Simmons.