Giuliana Sgrena, reporter di guerra de Il Manifesto, dichiara le ragioni di questo libro nella premessa: difendere il suo lavoro, e il modo in cui l’ha fatto, dai pregiudizi di cui troppo spesso è stato gravato.
«Sappiamo come funziona: se una giornalista torna in una bara da un paese in guerra, sicuramente sarà stata uccisa perché aveva fatto uno scoop, se invece dopo essere stata rapita torna a casa viva, beh, allora se l’era andata a cercare. Questo non succede per i giornalisti maschi. La differenza? Semplice: il giornalismo in luoghi difficili è ancora considerato, anche da apprezzati colleghi, un mestiere per uomini».
I riferimenti sono evidenti. L’assassinio mai chiarito di Ilaria Alpi in Somalia e lo stesso rapimento di Sgrena in Iraq, finito nella tragedia della morte dell’agente dei servizi Nicola Calipari, colpito da “fuoco amico” mentre le faceva scudo con il proprio corpo; altra vicenda che presenta ancora numerosi punti oscuri. Ma soprattutto si riferisce alle diversità di analisi e alle polemiche che si sono scatenate nella lettura dei due episodi.
Secondo Sgrena, anche in situazione critiche, c’è spazio per un giornalismo di qualità che indaga sul campo, con partecipazione e prudenza, ma senza timidezze. Condotto anche da una donna.
Il tipo di giornalismo che ci descrive nel libro, dove ricostruisce molti dei suoi viaggi per documentare svariate tra le crisi più difficili degli ultimi decenni. Alcune ancora non risolte, come quella dei curdi in Siria. Attaccati nelle ultime settimane dall’esercito del nuovo governo islamista, questa minoranza ha di fatto perso la sua autonomia. Un fatto quasi ignorato dalla stampa italiana. Certamente non descritto dall’interno, nelle sue implicazioni geopolitiche, nelle emozioni della sua gente, così come Sgrena lo ha raccontato nel capitolo “Curdi in ostaggio”, dove sembra prevedere anche i fatti recenti.
Con la stessa partecipazione ha fatto da testimone alla resilienza delle donne e dei democratici algerini presi nel vortice della guerra civile degli anni ‘90. Ci descrive un paese che scivola nel terrore, ma che si riprende nonostante le analisi esterne superficiali, se non decisamente grossolane: «Quando noi denunciavamo il terrorismo islamico, l’Occidente diceva che dovevamo metterci d’accordo con gli islamisti per risolvere i nostri problemi. Poi, dopo l’11 settembre, l’Occidente ha scoperto il terrorismo islamico e noi siamo diventati tutti potenziali terroristi», afferma un’amica algerina della giornalista.
Quello di Giuliana è un giornalismo “embedded”, impegnato dalla parte “giusta”, quella della gente vittima delle crisi, di cui riporta la vita, le voci, le forme di resistenza e le speranze per il futuro. La sua analisi è sempre attenta, spesso critica nei confronti delle posizioni ufficiali, non di rado distanti da quelle su cui la gente basa le proprie aspettative.
Con lo stesso stile, nel libro Sgrena parla del suo lavoro in Somalia, Eritrea, Pakistan, Afghanistan e Iraq. Nel 2005 le è stato assegnato il premio internazionale Omar Ouartilane, promosso da El Khabar, il principale quotidiano in lingua araba dell’Algeria. La motivazione: l’esemplare qualità del suo percorso professionale e il suo impegno nel difendere i diritti umani e la verità giornalistica.