La condanna a dieci anni per Magdi Ibrahim Abdel Sharif, Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed, decisa il 28 settembre dalla Corte di Assise del Trubunale di Roma, per il sequestro di Giulio Regeni in Egitto rappresenta sicuramente una vittoria per la giustizia italiana.
Il solo fatto che questo processo si sia svolto è di per sé un risultato impensabile dieci anni fa, quando venne ritrovato alla periferia del Cairo, il 3 febbraio 2016, il cadavere del giovane italiano con segni di tortura, dopo la scomparsa il 25 gennaio dello stesso anno.
È stata la Sicurezza di Stato
Le indagini hanno evidenziato le responsabilità dietro la scomparsa del dottorando italiano dell’Università di Cambridge. E hanno stabilito che la Sicurezza di Stato e l’intelligence egiziana sono responsabili della sua morte. Questo è un altro importante risultato di questo processo.
Ricostruire la catena di comando che ha provocato tante morti e sparizioni forzate in Egitto significa denunciare i crimini di un regime militare che continua a terrorizzare gli egiziani. Per questo motivo, l’Egitto del presidente al-Sisi non ha mai voluto collaborare in queste indagini con gli inquirenti italiani.
La ricerca della verità avrebbe smascherato tutti gli ingranaggi di una repressione sanguinaria e senza precedenti nella storia recente egiziana di cui sono stati vittime prima di tutto gli egiziani.
Ma non è una vittoria completa
Purtroppo però questo risultato processuale non rappresenta ancora una vittoria completa, in attesa degli eventuali altri gradi di giudizio.
Di sicuro l’assenza degli imputati in aula ha manifestato con chiarezza la mancanza di qualsiasi volontà di collaborazione da parte delle autorità egiziane che non hanno fatto che depistare le indagini pur di spostare l’attenzione dalle forze di sicurezza locali, arrivando anche ad attribuire la scomparsa di Giulio Regeni a una banda di cinque persone, rimaste uccise in una sparatoria.
La sentenza di primo grado non è completa poi perché non accusa gli imputati di omicidio e quindi rimanda a ulteriori accertamenti per arrivare ai vertici della catena decisionale che ha provocato la morte di Giulio Regeni e che potrebbe coinvolgere anche figure molto vicine ad al-Sisi, inclusi i suoi figli.
La giustizia per tutti e tutte le egiziane
Soprattutto questa sentenza di primo grado non è completa perché non fa giustizia delle migliaia di egiziani che hanno subìto la stessa sorte del dottorando italiano.
Sono migliaia gli egiziani uccisi negli ultimi 15 anni in Egitto. Almeno 1.000 sono morti nelle prime manifestazioni del 2011 in piazza Tahrir. Tra le 800 e le 2.000 sono le vittime della repressione dei sit-in di Rabaa el-Adaweya e al-Nahda al Cairo, durante e dopo il golpe militare del 3 luglio 2013.
Sono migliaia i casi di sparizioni forzate di egiziani di cui per mesi o anni non si è saputo più nulla per poi essere ritrovati morti, in carcere o con segni di tortura.
La piaga delle carceri
Ma le responsabilità ancora più inaccettabili riguardano i motivi per i quali ci sono persone che dopo 15 anni continuano a marcire nelle carceri egiziane, prive di qualsiasi diritto alla difesa e al giusto processo. Molti di loro hanno visto rotare i loro casi all’infinito senza arrivare mai a una sentenza.
Alcuni di loro, soprattutto gli islamisti, sono condannati inesorabilmente all’ergastolo senza neanche sapere il motivo della loro detenzione. Tra di loro citiamo due dei casi più noti, quelli di Moneim Abul Fotuh, islamista moderato, ex candidato alle presidenziali, e Ismail Alexandrani, attivista di sinistra ed esperto di Sinai, rilasciato e poi arrestato di nuovo.
Tutti in prigione
Ma sono stati almeno 65mila (anche qui i dati aumentano o diminuiscono in base alle fonti) i detenuti politici fin qui nelle carceri egiziane, molti di loro donne che hanno denunciato pessime condizioni lavorative, persone LGBTQ+, migranti siriani e sudanesi, tiktoker e influencer.
Chiunque abbia espresso una minima critica – come ci ricorda anche il caso di Patrick Zaki – verso il sistema, ha visto aprire le porte delle prigioni egiziane, note per le violenze e le carenti condizioni detentive. Per non parlare delle migliaia di condanne a morte, soprattutto di islamisti, che mai prima d’ora erano state eseguite così numerose nel paese.
Le responsabilità italiane
Questa sentenza poi non approfondisce adeguatamente le resposabilità italiane nell’uccisione di Giulio Regeni. L’allora premier Matteo Renzi avrebbe potuto fare molto di più per salvare il dottorando egiziano, esercitando sin da subito pressioni su al-Sisi che sono state avviate sicuramente troppo tardi.
Questa reticenza ha contraddistinto tutti i governi che si sono succeduti da allora, da Gentiloni a Meloni. Nessuno ha davvero chiesto al Cairo di indgare in profondità sulle violenze subite da Giulio Regeni, in nome degli interessi economici condivisi tra Italia ed Egitto.
L’UE non ha fatto pressioni
E così le scoperte di giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale, a largo di Port Said, controllate principalmente da ENI, le forniture di armi al Cairo, la gestione dei flussi migratori, demandati ai dittatori nordafricani, come al-Sisi e Kais Saied in Tunisia, hanno segnato sempre di più le decisioni in politica estera dell’Unione Europea.
Ad eccezione dei pochi mesi in cui è stato richiamato l’ambasciatore italiano al Cairo nel 2016, l’Italia ha sempre privilegiato l’asse economico con l’Egitto con continue visite reciproche e il rafforzamento degli scambi commerciali e degli investimenti nel paese, a discapito della ricerca della verità nel caso di Giulio Regeni e della denuncia delle atrocità del regime militare di al-Sisi.
Sinonimo di stabilità
E così, nell’impunità, al-Sisi, il “dittatore preferito” di Trump, ha potuto consolidare il suo potere, grazie al suo asse di ferro con Mosca e Pechino. Non solo. L’Egitto, come gli Emirati Arabi Uniti, ha mostrato di avere interessi sovrapponibili a quelli israeliani anche dopo il 7 ottobre 2023, tant’è vero che il Cairo è stato fin qui escluso dall’Accordo di sicurezza della Mecca, firmato da Turchia, Pakistan e Arabia Saudita.
Lo stesso capo dell’intelligence egiziana, Abbas Kamel, così come gli Emirati, secondo varie fonti, aveva avvertito Israele almeno due settimane prima degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 che hanno aperto la strada al genocidio a Gaza e al business dei palestinesi spinti a lasciare la Striscia per arrivare in Egitto.
La sentenza che inchioda i responsabili dell’intelligence egiziana per il sequestro e le violenze subìte da Giulio Regeni apre la strada alla ricerca della verità per molti altri casi.
Pensiamo all’attivista socialista Shaimaa el-Sabbagh, uccisa dalla polizia mentre portava una rosa in piazza Tahrir nel 2015. O al writer Hisham Rizk, 19 anni, trovato morto dopo essere scomparso nel nulla al Cairo. E così questo è un primo tassello per smascherare le sistematiche violazioni dei diritti umani, in corso ormai da troppo tempo e nel silenzio europeo e internazionale.