Indice globale della fame 2011
Pubblicata l’annuale classifica della fame nel mondo. 122 i paesi analizzati: di questi 26 hanno ancora livelli di fame allarmante o estremamente allarmante e 19 sono africani. La prestazione peggiore è dell’Rd Congo, che dal 1990 a oggi ha peggiorato il suo punteggio del 63%. La performance migliore, invece, è del Ghana che ha abbassato l’indice del 59%.

C’è ancora una classifica internazionale dove l’Africa sub sahariana svetta a braccetto con alcuni paesi dell’Asia meridionale: l’indice globale della fame 2011 (Global hunger index, Ghi 2011, nell’acronimo inglese). La “classifica della fame” – i cui risultati sono stati presentati stamani, 11 ottobre, a Milano presso la sede dell’Ispi – fotografa la situazione di 122 paesi che non galleggiano in una situazione economica dorata.

 

Di questi 122 paesi, 26 hanno ancora livelli di fame allarmante o estremamente allarmante: 19 sono africani. Con Burundi e Rd Congo che presentano la situazione peggiore e che condividono con Ciad ed Eritrea il primato di situazione estremamente allarmante.

 

A scrivere il rapporto sono stati 3 organismi internazionali: l’americano International food policy research institute, la tedesca Welthungerhilfe, e l’ong anglo-irlandese Concern. L’edizione italiana è stata curata da Link 2007 in collaborazione con Cesvi e Cosv.

 

Il Ghi, che integra l’annuale rapporto sulla fame della Fao, prende in considerazione 3 parametri: la percentuale di persone denutrite, la percentuale di bimbi sottopeso in età compresa tra 0 e 5 anni e il tasso di mortalità infantile.

 

Il rapporto di quest’anno offre un quadro del recente passato. Non del presente, perché non ci sono dati definitivi e ufficiali né sulla crisi del Corno d’Africa né sugli effetti della crisi alimentare che ha colpito il pianeta quest’anno. Si basa, comunque, sui dati più aggiornati a disposizione. Nessuna informazione dalla Somalia.

 

La particolarità dell’edizione di quest’anno è che si possono confrontare i dati 2011 con quelli pubblicati nel 1990, nel 1996 e nel 2001. In base a questa serie storica, emerge che a livello globale il Ghi è sceso dai 19.7 del 1990 agli attuali 14.6. In Africa si è passati dal 25.1 al 20.5. Una discesa pari al 18%. Inferiore rispetto ad altre parti del globo (25% In Asia meridionale; 39% nel Vicino Oriente e Africa del Nord, 44% in America Latina e Caribi).

 

L’unico paese africano che risulta tra i 10 che sono stati in grado di ridurre il proprio punteggio di Ghi del 50%, o più, è stato il Ghana (da 21.0 a 8.7, pari al 59%). Angola, Etiopia, Mozambico e Niger sono le altre nazioni che hanno mostrato i progressi più evidenti in termini assoluti.

 

L’Rd Congo, invece, vanta il triste primato di essere stato l’unico paese al mondo a passare da allarmante a estremamente allarmante, con il Ghi che è aumentato del 63% (da 24.0 a 39.0). Tra i paesi che hanno offerto le prestazioni peggiori anche il Burundi (più 21% da 31.4 a 37.9), le Comore (più 17%, da 22.3 a 26.2), lo Swaziland (più 15%, da 9.1 a 10.5) e la Costa d’Avorio (più 8%, da 16.6 a 18.0). Burundi e Ciad sono anche le uniche due nazioni a non essere uscite dalla categoria “estremamente allarmante”.

 

La pubblicazione dell’indice globale della fame è, abitualmente, anche l’occasione per approfondire un argomento legato all’insicurezza alimentare. Nel 2011 è stato sviscerato il tema, attualissimo, della volatilità dei prezzi alimentari, che ha una ricaduta immediata nel bilancio delle famiglie più povere del pianeta.

 

Dal 2007 i prezzi sul mercato mondiale di riso, mais, frumento e degli altri prodotti alimentari di prima necessità sono andati crescendo, per poi subire una brusca frenata nel 2009 e ritornare a salire nel 2010-2011, stabilizzandosi solo nella seconda metà di quest’anno, in base agli ultimi dati forniti dalla Fao.

 

Dietro questa dinamica, secondo il rapporto reso noto oggi, si celano processi e cause diversi: dalla speculazione e corsa all’accaparramento delle terre, alla crescita di nuovi mercati; dai cambiamenti climatici, alle culture dedicate alla produzione di biocarburanti fino ad arrivare alle inadatte politiche agricole e commerciali.

 

Tra i grafici proposti, uno merita particolare attenzione: evidenzia come sia il fattore cambiamento climatico, ancor più dell’effetto della crescita economica, a determinare nei prossimi anni il rialzo dei prezzi alimentari mondiali.

 

La presentazione dell’Indice globale della fame 2011 arriva a pochi giorni dalla giornata mondiale dell’alimentazione, prevista per il 16 ottobre. (Giba)