ECONOMIA IN BIANCO E NERO – SETTEMBRE 2017
Riccardo Barlaam

Apple, Google, Microsoft, Amazon e Facebook, nell’ordine, sono le cinque società che valgono di più al mondo. Insieme, sommando il valore attuale delle loro azioni, hanno raggiunto una capitalizzazione di Borsa di 3mila miliardi di dollari. Valgono più della ricchezza di intere nazioni. Il 30% in più circa del Pil dell’Italia. Tre volte quello di un continente sterminato come l’Australia. Ottocento volte la ricchezza prodotta ogni anno dalla piccola Liberia.

Apple, Alphabet che è la holding che controlla Google, Microsoft, Amazon e Facebook sono chiamate “big five” perché occupano, appunto, i primi cinque posti nella classifica mondiale delle società a maggior valore. Curioso: nei primi dieci posti delle società più ricche, altri due sono occupati da società tecnologiche: le cinesi Alibaba e Tencent. Nella top ten, dunque, ci sono solo tre società con attività più “tradizionali”: la finanziaria di Warren Buffett, la società farmaceutica Johnson & Johnson e la major petrolifera Exxon Mobile.

La dimensione “sovrannazionale” delle “big five” spaventa. E da più parti nel mondo le autorità antitrust cominciano a muoversi per tentare di definire i perimetri delle loro attività che, finora, hanno operato in assenza di regole nazionali nel mare magnum della rete. C’è poi un’esigenza di redistribuzione, per così dire. Cosicché si ripetono le iniziative destinate ai paesi in via di sviluppo da parte dei 5 giganti hi-tech.

Lo fa da tempo Bill Gates attraverso la sua Fondazione, occupandosi per lo più di programmi sanitari. Lo ha annunciato tempo fa il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg. L’ultima in ordine di tempo è Google. Sundar Pichai, chief executive del gigante californiano, ha lanciato un programma di formazione per l’Africa di cinque anni destinato a 10 milioni di persone per migliorare le conoscenze digitali, nello sforzo di creare delle professionalità con un potenziale occupazionale nelle tech company. Big G spera di riuscire anche a formare, tra questi, 100mila nuovi sviluppatori software in Nigeria, Kenya e Sudafrica.

L’iniziativa di Google è stata lanciata nell’aprile 2016. Il mese scorso il gigante tecnologico americano ha fatto sapere di aver in poco più di un anno già formato 1 milione di giovani africani al loro training digitale. Il programma di Google prevede una formazione tradizionale in aula e online. Almeno il 40% dei posti disponibili è destinato alle donne. Le lingue usate, oltre all’inglese, sono il kiswahili, l’haussa e il kizulu. Google ha inoltre messo a disposizione tre milioni di dollari per lo sviluppo di start up africane concedendo spazi di lavoro gratis. L’obiettivo, nei prossimi tre anni, è quello di avviare alla crescita almeno 60 start up guidate da giovani africani. 

Kiswahili

Il kiswahili è una lingua parlata oggi in circa da circa 140milioni di persone. Mentre in Tanzania e in Kenya è riconosciuta come lingua ufficiale ed è molto usata, nei paesi confinanti è meno diffusa. Nel febbraio del 2017 il Rwanda l’ha adottata come lingua ufficiale e l’insegnamento a scuola sarà obbligatorio. Le sue origini risalgono al sesto secolo d.C. quando i mercanti arabi arrivarono sulle coste dell’Africa orientale e si mescolarono con la popolazione bantu, dando vita a un gruppo etnico distinto e a una lingua, usata nei commerci.