Expo Milano / L'Intervista
La globalizzazione delle comunicazioni ha permesso all’Africa di connettersi con il resto del mondo. Ma l’apertura ai mercati internazionali penalizza la piccola impresa africana. Lo afferma l’angolana Albina Assis Africano, presidente del comitato organizzativo dei paesi partecipanti all’Expo.

Albina Assis Africano, commissaria del padiglione angolano, è una donna molto impegnata: nel dicembre scorso è stata eletta presidente dello Steering Committee, il comitato organizzativo dei commissari dei paesi partecipanti all’Expo 2015. È la prima volta che una donna ricopre questo ruolo ed è anche la prima volta per un rappresentante dell’Africa. Laureata in ingegneria chimica, ministro del Petrolio dal 1992 al 1999 e dell’Industria nei due anni successivi, Albina Faria de Assis Pereira Africano ha esperienza di altre esposizioni universali. Dal 2005 se ne occupa per il suo paese.

Che differenza vede fra la presenza africana all’Expo di Shanghai e a quella di Milano?

È difficile fare una comparazione perché è diversa la filosofia che ispira le due esposizioni: a Shanghai c’era un enorme padiglione africano che ospitava 50 stati con i loro stand, alcuni molto piccoli. L’Africa – a parte i nove paesi che avevano allestito un loro padiglione – era separata dalle altre nazioni. A Milano è stato creato un nuovo concept, quello dei cluster, che unisce popoli di diversi continenti secondo identità tematiche o filiere alimentari. La presenza africana è quindi congiunta ad altre: per esempio nel cluster del caffè Etiopia, Ruanda, Burundi, Uganda, Kenia hanno i loro padiglioni insieme a Repubblica Dominicana, Guatemala, Yemen. 
Mi piace questo nuovo sistema interattivo che si adatta bene al tema generale dell’Expo.

È stato celebrato, qui all’Expo, l’Africa Day, nell’anniversario della nascita dell’Organizzazione dell’Unità Africana. Danze e tamburi catturano i visitatori, non c’è il rischio di dare una rappresentazione dell’Africa folkloristica e non molto reale?

Sono d’accordo, le persone che non sono mai state in Africa possono farsene un’idea sbagliata. L’idea che si comunica è spesso più folklore che attenzione ai problemi di sviluppo. Siamo un continente di grandi contrasti, dove si può vedere contemporaneamente città tecnologiche che vivono al ritmo del XXI secolo e zone rurali ferme al XVIII secolo.
Nel padiglione dell’Angola vogliamo far vedere il nostro impegno in uno sviluppo sostenibile e nel trasmettere la cultura tradizionale in fatto di cibo: nei vari livelli il padiglione offre molte informazioni su agricoltura, pesca, allevamento del bestiame, mercati locali, qualità e controllo degli alimenti.

Come giudica la globalizzazione in Africa? Sembrerebbe che abbia portato più danni che benefici, per esempio l’importazione dalla Cina di riso di minore qualità, ma a prezzi più bassi ha danneggiato i coltivatori locali.

La globalizzazione ha due facce, una buona per esempio nel settore delle comunicazioni, dove internet ha connesso l’Africa all’Europa e all’America. D’altra parte ha tagliato delle possibilità ai poveri, le piccole imprese rischiano di sparire perché non sono in grado di competere con grandi aziende iper-tecnologiche che però non offrono posti di lavoro. Bisogna stare attenti: la globalizzazione non sempre è una buona cosa per l’Africa, può creare situazione difficili.  Per esempio in Mozambico, a causa di una riforma economica ispirata alla globalizzazione, è stata chiusa un’azienda che processava anacardi e 10 mila persone hanno perso il lavoro.
Dipende anche dalla politica dei paesi: in Angola abbiamo iniziato a produrre riso e ora abbiamo una produzione molto forte, il prezzo è competitivo perché si sono aumentate le tasse all’importazione per proteggere i prodotti nazionali. L’agricoltura ha iniziato a diventare importante – produciamo manioca, mango, quattro diversi tipi di banane – stiamo investendo e richiamando finanziamenti. Eravamo grandi produttori di caffè negli anni ‘70, vogliamo ritornare a esserlo. Vorremmo ridurre la dipendenza dal petrolio, diversificare l’economia usando i soldi del petrolio in settori come l’agricoltura e l’agroindustriale. È l’idea che sostengo nel mio libro “The sustainable management of angolan oil”.

Nella foto in alto Albina Faria de Assis Pereira Africano, Presidente del comitato organizzativo delle nazioni partecipanti all’Expo, durante il discorso tenuto il giorno della visita del Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, il 5 giugno. (Fonte: Omnimilano)