Togo
Le elezioni presidenziali in Togo di sabato scorso hanno proclamato vincitore Faure Gnassingbé con il 58,7 per cento dei consensi. Dietro, col 34,95%, lo sfidante Jean-Pierre Fabre. Un risultato prevedibile, che però è stato subito rifiutato dall’opposizione che denuncia irregolarità e in effetti qualcosa sembra non tornare.

Dopo che per alcuni giorni si era temuto che alla Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) non si sarebbe arrivati a mettersi d’accordo sui risultati delle elezioni presidenziali che si erano svolte sabato 25 aprile, martedì sera si è assistito a una accelerata improvvisa. A sorpresa, il presidente della Ceni ha annunciato i risultati provvisori che hanno dato la vittoria al presidente uscente Faure Gnassingbé (succeduto al padre nel 2005) che si ripresentava per la terza volta. Quest’ultimo ha vinto con il 58,75 % dei voti, davanti a Jean-Pierre Fabre, candidato della coalizione di opposizione denominata Cap 2015 (Lotta per l’alternanza politica 2015), che ha totalizzato il 34,95%. L’astensione registrata è stata del 40,01 %, contro il 35,32 % della precedente elezione presidenziale del 2010.

Il problema è che la Ceni si era progressivamente allontanata dal suo ruolo: da organo di centralizzazione dei risultati si era mutata in camera di contestazione – missione propria della Corte costituzionale – sopraffatta dalle contestazioni dei rappresentanti della Cap 2015. Col risultato che i lavori non avanzavano e martedì mattino solo 15 dei 42 verbali dei seggi locali erano stati esaminati.

È così che i mediatori stranieri – il presidente del Ghana John Dramani Mahama, presidente in carica della Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Cedeao) e il suo omologo avoriano Alassane Dramane Ouattara sono arrivati d’urgenza nella capitale Lomé nel pomeriggio di martedì, per raccomandare il rispetto del processo elettorale e la necessità di accelerare i lavori della commissione.
I due presidenti non avevano ancora lasciato la città che il presidente della Ceni, Taffa Tabiou, annunciava i risultati, senza però aver riunito prima tutti i membri che compongono la commissione in assemblea plenaria, come ha denunciato lo stesso vicepresidente dell’organo, Francis Pedro Amouzou.

I membri dell’Organizzazione internazionale della francofonia (Oif) non hanno nascosto la loro irritazione per questo modo di procedere. La loro missione di osservatori e di informazione era presieduta dal generale maliano Siaka Sangaré. Questa vecchia volpe dei processi elettorali complicati si era sforzato fin dall’inizio della campagna elettorale di fare in modo che le due parti (Partito di Gnassingbé e opposizione) dialogassero. Facile immaginare la faccia del generale martedì sera dopo la proclamazione dei risultati! «Questa brutalità offre un argomento straordinario all’opposizione per contestare il processo, anche perché nessuno è così ingenuo da pensare che Taffa Tabiou abbia agito di sua iniziativa», diceva uno degli osservatori dell’Oif.

Ieri mattina, Jean-Pierre Fabre ha denunciato l’irregolarità del risultato proclamandosi presidente eletto del Togo. Normale rivendichi la vittoria, dopo 48 anni di regno di una sola famiglia. Quella dei Gnassingbé padre e figlio. Quasi un mezzo secolo di regime fortemente militarizzato e che in un passato non molto lontano non ha esitato a sparare sul proprio popolo.

E ora? Altri 5 anni di “chiacchiere” (trattative) a cui la comunità internazionale obbligherà naturalmente Gnassingbé, perché l’opposizione non ottenga che il potere si scosti di un centimetro dalla sua posizione. Soprattutto per sentirsi ripetere da Faure che lui rispetterà “scrupolosamente” la Costituzione, quella fatta correggere da papa Eyadema così da permettere al figlio di presentarsi candidato alla presidenza per…l’eternità.

Nella foto in alto il presidente del Togo Faure Gnassingbé eletto per un terzo mandato. Al potere dal 2005. (Fonte: Epa/Legnan Koula)