Per il presidente del Madagascar Andry Rajoleina, è giunto il capolinea. Dopo due settimane di proteste popolari il capo dello stato della Grande isola è stato ufficialmente deposto da un intervento delle forze armate. Per la precisione, da quell’unità Capsat che la scorsa settimana aveva deciso di non sparare più all’indirizzo dei dimostranti e anzi di unirsi a loro, scortandoli fino al cuore della capitale Antananarivo.
I militari sono entrati il 14 ottobre nel palazzo presidenziale ormai vuoto, visto che il presidente ha lasciato l’isola due giorni prima con il probabile aiuto delle forze armate francesi. Questa almeno la ricostruzione del media francofono Radio France Internationale (RFI), che cita anche un accordo con il presidente Emmanuel Macron ma che per adesso non è stata confermata dall’Eliseo.
A poco sono valsi i tentativi di Rajoelina di appellarsi alla Costituzione, ieri con un discorso trasmesso via Facebook, e poi di ordinare lo scioglimento dell’Assemblea nazionale proprio mentre i deputati si accingevano a votare la sua messa in stato di accusa per aver abbandonato l’incarico. A distanza, per di più da una località sconosciuta, gli ordini del presidente sono finiti nel vento.
Così come sembrano destinati all’oblio i messaggi che parlano di un «Rajoelina pienamente in carica, a garanzia dell’unità nazionale e della stabilità», partiti in giornata dall’ufficio della presidenza.
I parlamentari hanno approvato l’impeachment con 130 voti contrari e un solo astenuto. Nelle stesse ore, il Capsat, acronimo di Corpo d’amministrazione del personale e dei servizi amministrativi e tecnici, affermava dalla centrale piazza 13 maggio di essere pronto a riempire il vuoto di potere lasciato dal presidente.
Poche ore dopo, stando a quanto riporta il quotidiano malgascio Midi Madagisikara, il colonnello Michael Randrianirina ha annunciato dal palazzo presidenziale la sospensione della Costituzione del 2010, nonché la sospensione del Senato, dell’Alta corte costituzionale, della commissione elettorale e di altre istituzioni chiave. L’unica istituzione rimasta in carica è finora l’Assemblea nazionale. A gestire questa fase sarà quindi il Consiglio di difesa nazionale della transizione, capeggiato dallo stesso Randrianirina, al quale l’Alta corte ha chiesto di assumere la carica di presidente della transizione e di indire elezioni entro 60 giorni.
I militari hanno però già affermato che la transizione durerà due anni al massimo. E che il processo culminerà in nuove elezioni generali e in un referendum di riforma della Costituzione.
Il Capsat, dal nome di una base militare situata nei dintorni della capitale, è il più influente reparto delle forze armate malgasce. Il suo protagonismo di queste ore e il suo ruolo nell’ambito delle proteste è un déjà vu per chi conosce la politica dell’isola: nel 2009 i militari sono intervenuti sempre al culmine di una protesta per deporre l’allora presidente Marc Ravalomanana. A essere nominato al suo posto è stato proprio il presidente uscente Rajoelina, che all’epoca era un ex dj di 34 anni, sindaco di Antananarivo da tre.
Storia di una rivolta
Per capire come si è arrivati a questo cambio al vertice dello stato è utile riavvolgere il nastro. E soprattutto, tornare in piazza, dove tutto è cominciato. Le proteste contro il governo sono iniziate lo scorso 25 settembre. Convocate inizialmente da tre consiglieri comunali della capitale in forza alle opposizioni a fronte delle continue interruzioni di acqua corrente ed energia elettrica che colpiscono Antananarivo e tutto il paese, le dimostranze sono state subito intercettate da un movimento che si è ribattezzato Gen Z Mada.
Composto da giovani, appunto gli appartenenti alla “generazione Z”, il movimento è apparso privo di leadership e di struttura politica formale ma si è saputo organizzare molto bene tramite i social media. Questo gruppo ha fatto suo il corredo simbolico ispirato al manga piratesco One Piece che è stato già assunto da altri movimenti di protesta che in giro per il mondo si auto definiscono GenZ, dall’Indonesia al Nepal, rendendosi subito riconoscibile.
Un processo con radici profonde
Sbagliato però, o quanto meno limitante, leggere le proteste alla luce di una lente puramente generazionale, come già stanno segnalando diversi analisti africani. Innanzitutto perché quest’ottica assume un significato diverso in paesi dove i giovani rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione: in Madagascar sette cittadini su dieci hanno meno di 35 anni, l’età media del paese si aggira attorno ai 20 anni.
Secondo perché la GenZ si è fatta espressione di un malcontento ben più radicato e trasversale, come dimostra la poca difficoltà che il movimento ha incontrato nel raccogliere adesioni da gruppi storici della società civile malgascia o dai maggiori sindacati del paese.
Le istanze della piazza si sono estese subito del resto. Dalla crisi dei servizi idrici e dell’elettricità si è passati alle dimissioni di Rajoelina e del presidente del Senato, il controverso generale Richard Ravalomanana, ex comandante della gendarmeria. E poi lo smantellamento dell’Alta corte costituzionale e della Commissione elettorale e indagini sulle attività di Maminiaina “Mamy” Ravatomanga, uomo d’affari ritenuto da sempre il maggiore sponsor del presidente nonché suo sodale al momento di spartirsi le risorse del paese.
Obiettivi immediati – e adesso in buona parte raggiunti – da mettere nella prospettiva di uno stato libero da corruzione e nepotismo e di una società «libera, giusta e unita», come gli stessi attivisti dichiarano sul loro sito.
La miopia del presidente
A fronte di giorni di proteste, Rajoelina ha dimostrato di non essere in grado o di non volere accogliere la richiesta di profonde trasformazioni che arrivava dalle piazze. Istanze che si erano iniziate a palesare già alle scorse elezioni del 2023, quando il capo dello stato era stato riconfermato fra proteste, accuse di brogli e un boicottaggio delle opposizioni. Quel malcontento non si è di fatto mai spento.
Rajoelina ha fatto però tutto ciò che poteva per non rinunciare direttamente al potere. Il capo dello stato ha prima rimosso il ministro dell’energia e poi sciolto il governo. In un secondo momento ha sostituito il fidato primo ministro Christian Ntsay, con lui dall’inizio del primo mandato nel 2019, nominando al suo posto un militare però, il generale Ruphin Fortunat Zafisambo. Una mossa che ha fatto temere una militarizzazione dello spazio politico in risposta alle proteste.
Alla fine non sono serviti neanche una giornata di Dialogo nazionale da subito boicottata dai movimenti in prima fila nelle manifestazioni. Al presidente non è rimasto che lasciare il paese, lamentando anche un tentativo di ucciderlo che è stato però smentito dai militari.
A testimonianza dello scollamento che ne ha segnato gli ultimi giorni, l’ultimo post su X di Rajoelina prima della definitiva presa del potere da parte dei militari è dedicato a quella crisi energetica da cui era cominciato tutto, ormai solo il sintomo di un malanno ben più profondo e sistemico.
Il destino dei militari
Adesso la palla passa ai militari. I soldati sono intervenuti la prima volta nel fine settimana; prima si sono rifiutati di sparare contro gli attivisti e poi, dopo scontri fra i manifestanti e la gendarmeria fedele al presidente, hanno deciso di scortare i dimostranti fino alla centrale – e fino a quel momento preclusa – piazza 13 maggio. Non sono mancati momenti di confronto fra gli stessi uomini del Capsat e della gendarmeria.
Le prossime ore sembrano all’insegna dell’incertezza. Ma anche della festa, come testimoniano le immagini che arrivano da Antananarivo. Solo il tempo potrà dire se in Madagascar si ripeterà il copione del 2009 o quello già visto più volte negli ultimi cinque anni, soprattutto nel Sahel: un passaggio in pianta stabile del potere ai militari, con annesso restringimento delle libertà politiche ma anche con forte consenso popolare.