Biografia, 5 / Mandela, primo presidente del Sudafrica democratico

Praticò il compromesso. Accolse nell’esecutivo i suoi compagni di lotta, rischiando di rendere la sua azione meno efficace. Non cacciò i burocrati bianchi, per non intralciare la macchina burocratica. I successi in campo sociale. Ma anche le sconfitte nel campo dell’istruzione e dell’immigrazione. La scelta di non ricandidarsi.

Enormi erano le aspettative del Sudafrica dopo le prime elezioni multirazziali nel paese, avvenute nell’aprile del 1994. Il governo eletto – sotto la guida di Nelson Mandela e con il consenso dell’élite e dei militari del regime precedente – fu in grado di porre le fondamenta di una società che, così almeno sembrava, avrebbe risposto agli scettici e offerto al mondo un esempio di cosa è possibile fare per superare il razzismo e le disuguaglianze sociali. L’obiettivo era costruire una società fondata sui diritti umani, la dignità e il rispetto delle differenze.

 

Mandela era tornato alla guida dell’Anc dopo la sua liberazione dal carcere, avvenuta l’11 febbraio 1990. Nel 1991 a Durban, in occasione del primo incontro ufficiale dell’Anc dopo la sua legalizzazione, Mandela ne venne eletto presidente. Il suo vecchio amico e collega Oliver Tambo, che aveva guidato l’organizzazione in esilio durante i 27 anni di prigionia di Madiba, diventò presidente nazionale onorario.

 

Tra il 1990 e il 1994, Mandela ebbe il difficile compito di guidare il partito nei negoziati con il governo dell’apartheid, che avrebbero portato alle prime elezioni democratiche. La sua grande forza fu nel sapere dosare il compromesso con la fermezza nel portare avanti le richieste dell’Anc.

Mandela divenne automaticamente presidente del Sudafrica con il trionfo del partito alle elezioni del 27 aprile 1994. Nominare il primo governo fu una sfida titanica per una persona come lui, abituato a guidare la lotta di liberazione, ma privo di esperienza di politica quotidiana. E molti dei ministri e delle persone che lui nominò nell’esecutivo si trovarono nella sua stessa posizione.

 

Sentimenti vs efficienza

Mandela è stato spesso criticato per la sua lealtà verso i vecchi compagni di lotta. Alfred Nzo, ora scomparso, che divenne il primo ministro degli esteri del nuovo Sudafrica, era stato segretario generale dell’Anc per almeno trent’anni. Nel suo incarico Nzo non brillò per intraprendenza: i media si divertivano a pubblicare foto che lo riprendevano addormentato negli incontri e nelle sedute parlamentari.

 

Joe Modise, già comandante in capo del braccio armato dell’Anc, fu al centro di molte controversie durante il suo mandato come ministro della difesa. Modise, morto nel 2001 a 72 anni, dovette affrontare accuse di corruzione, di aver beneficiato di cospicue tangenti da industrie armiere nello scandalo degli appalti per l’approvvigionamento di armamenti al Sudafrica, e di aver nominato la moglie, prima donna sudafricana, generale dell’esercito.

 

E altri ministri ancora, nominati da Mandela, non svolsero adeguatamente il loro compito. Persone che nei paesi occidentali sarebbero state costrette a dimettersi. Il neo presidente ne era consapevole. Ma permise loro di continuare, esponendosi, così, all’accusa di aver lasciato che i sentimenti interferissero con l’efficienza dell’esecutivo.

 

Una delle maggiori difficoltà incontrate da Mandela presidente fu quella di organizzare l’amministrazione pubblica. Una sfida senza via d’uscita. I suoi compagni di lotta, di cui aveva bisogno per la formazione del governo, provenivano da un movimento di liberazione messo al bando: molti di loro erano stati in esilio o in carcere, con poca o addirittura nessuna esperienza pratica necessaria a far funzionare bene la macchina dello stato.

 

Per dar loro spazio, Mandela dovette sbarazzarsi di molti burocrati bianchi, pur mantenendo al suo posto chi occupava poltrone cruciali per il buon funzionamento dell’apparato, per non alienarsi la popolazione bianca del Sudafrica. Capì che ci sarebbe voluto del tempo prima che i suoi fratelli neri potessero governare senza il supporto di manager, tecnici e professionisti bianchi. Per evitare la fuga all’estero di questi ultimi, Mandela rassicurò ripetutamente quella fetta di popolazione. Che gli dimostrò presto di essergli leale: la forza del suo carisma e la sua volontà di perdono e riconciliazione ispirarono l’affetto e la dedizione della stragrande maggioranza dei sudafricani. Continua sul numero speciale di Nigrizia – dicembre 2012.

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