AL-NUQTA – LUGLIO e AGOSTO 2019
Elena Balatti

Gli eventi del vicino Sudan sono seguiti con vivo interesse da noi in Sud Sudan. Fino al 2011, l’anno dell’indipendenza del Sud Sudan, il paese era uno solo e a tutt’oggi i sudsudanesi in Sudan sono più di un milione, in gran parte rifugiati a causa del conflitto civile scoppiato nel 2013.

La caduta del presidente sudanese Omar El-Bashir, l’11 aprile scorso, dopo trent’anni di potere ininterrotto, ha positivamente scioccato l’opinione pubblica sudsudanese, soprattutto perché sono state le manifestazioni di piazza a ottenere il cambiamento. Ironia della sorte: El-Bashir aveva detto poco prima che non ci sarebbe stata una “primavera araba” in Sudan (riferendosi a quanto è accaduto in Nordafrica nel 2011), e invece…

Ricordo bene il mio arrivo a Khartoum, la capitale, a fine 1994. Venivo dall’Italia dove non avevo mai visto militari in azione eccetto il corpo degli Alpini durante ricorrenze speciali: i numerosi soldati, di guardia all’aeroporto, mi diedero immediatamente l’impressione di un ambiente oppressivo. Una migliore conoscenza della situazione del Sudan di allora non fece che confermare tale impressione.

La rimozione, almeno formale, della dittatura militare di El-Bashir grazie alla pressione dei manifestanti è stata perciò una positiva sorpresa. Qualcuno ha considerato il cambiamento come una manovra cosmetica dell’esercito che ha solo cambiato il proprio capo, ma rimane al potere. E i fatti dimostrano che questa analisi ha fondamento perché il governo è retto da un Consiglio militare. Tuttavia la valenza simbolica delle dimissioni del presidente ha rafforzato i manifestanti nella convinzione che ulteriori passi siano possibili, particolarmente la transizione a un governo civile.

La tragedia avvenuta alla vigilia della festa del ramadan, quando i paramilitari delle Forze di intervento rapido hanno aperto il fuoco su dimostranti indifesi, ha ridimensionato le aspettative circa la possibilità che i militari possano cedere il potere. Fra il 3 e il 4 giugno, a Khartoum ci sono stati più di 100 morti che hanno letteralmente insanguinato una delle ricorrenze religiose più importanti per i musulmani.

L’opposizione, guidata da professionisti e intellettuali, non si è per ora lasciata convincere ad abbandonare la partita e le manifestazioni continuano. I militari promettono elezioni anticipate, ma la situazione rimane confusa. Il popolo sudanese, già alle prese con una crisi economica causata dall’insipienza dei militari, di tutto ha bisogno tranne che di un’altra guerra civile dopo il lungo conflitto che ha portato all’indipendenza del Sud Sudan.

Guardando ai manifestanti sudanesi, per ora pacifici, che continuano la loro lotta all’insegna della disobbedienza civile, penso a come lo Spirito di Dio ispira non solo individui ma anche i popoli a costruire un mondo migliore.

L’attrazione verso una società umana più libera e più giusta può essere repressa con la forza ma non estirpata. Guardando ai fatti di questi mesi, rimane un filo di speranza: che i tanti sudanesi, donne e uomini, che si sono mobilitati possano avviare il loro paese verso un governo civile e possano darsi nuove istituzioni. 

La situazione rimane confusa
Il 6 giugno è scattata la sospensione del Sudan dall’Unione africana (Ua), l’organizzazione che comprende tutti i 54 stati del continente. L’Ua chiede che si arrivi alla formazione di un governo in mano ai civili. La notte tra il 3 e il 4 luglio è stato raggiunto un accordo tra militari e oppositori sulla transizione.
Le violenze iniziate il 3 giugno sono state condannate dalle Nazioni Unite, ma il Consiglio di sicurezza non ha però potuto approvare una risoluzione di condanna per il veto di Cina e Russia. Amnesty International e i missionari comboniani in Italia hanno preso posizione contro i massacri.