Dibattito cooperazione: per avviare un rinnovamento

La cooperazione va analizzata in profondità. Devono essere messe a fuoco nuove proposte. Ma la partita è tutt'altro che semplice e richiede umiltà.

Eccone un altro che scrive: «Vi dico io come va fatta la cooperazione allo sviluppo. E lo dico in particolare alle ong, dato che finora non hanno saputo farla».

 

Occorre una nuova cooperazione: «Ricominciamo ». È da 30 anni che lo sentiamo ripetere. L’ho ripetuto anch’io. Tanto per dire che non si tratta di una grande novità. Come non sono novità le “cinque ricette”, pur preziose, oggetto del dossier. Si tratta, infatti, di un patrimonio condiviso, anche se vissuto con successi e insuccessi, come avviene in ogni rapporto complesso tra persone con mentalità, visioni, aspettative diverse, in situazioni profondamente differenti e spesso condizionate da pesanti fattori esterni.

 

Messo da parte il tono alquanto supponente dell’estensore del dossier, centrato tutto sulla propria esperienza, al punto da svalutare quelle altrui, il dibattito avviato da Nigrizia va preso sul serio, a partire, in particolare, da due punti evidenziati nel dossier.

 

Il primo. La cooperazione allo sviluppo deve «diventare una scienza», da studiare e approfondire in tutte le sue dimensioni, in modo interdisciplinare, valutando – con una continua azione di ricerca – quanto realizzato sia dall’azione pubblica internazionale, nazionale e territoriale, sia da quella privata delle ong e degli altri soggetti coinvolti.

 

Occorre coglierne e valutarne i successi e gli insuccessi, gli sprechi, gli abusi e le opacità, ma anche gli esempi di trasparenza, efficacia ed efficienza, la dimensione e le influenze culturali, religiose, sociali e politiche a livello locale, regionale e globale, le buone pratiche nel rapporto con i partner e le comunità, nella formazione degli operatori, nei valori trasmessi, nelle professionalità espresse, nel coinvolgimento, partecipazione e condivisione dei soggetti con cui si coopera. E così via. Purché si valutino anche i numerosi master universitari sulla cooperazione allo sviluppo che, salvo alcuni interessanti, a tutto rispondono salvo che a studiare e approfondire nel dovuto modo la materia.

 

Il secondo. «Il bene va fatto bene». Non sempre è stato così, purtroppo. Servono, quindi, intelligenza, idee nuove e proposte continuamente aderenti alla mutevole realtà di un mondo in piena trasformazione. Serve anche un confronto trasparente delle rispettive esperienze e i rispettivi successi e insuccessi, visioni e metodologie operative, analisi dei contesti, delle influenze esterne, dei cambiamenti sociali, culturali ed economici…

 

Un lavoro che andava fatto da tempo e che le stesse ong italiane, spesso all’avanguardia nel capire i cambiamenti e nel proporre innovazioni, non sono riuscite a promuovere in modo adeguato. Per poterlo fare, è indispensabile, a mio avviso, un atteggiamento di grande umiltà, pur mantenendo salde le proprie convinzioni.

 

Se il tema fosse facile, riducibile a una ricetta in cinque punti, peraltro già ben conosciuta, forse non ci sarebbe bisogno di aprire il dibattito auspicato.





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