Quel che resta della chiesa della missione di Nangololo, nel nord del Mozambico, dopo i recenti attacchi jihadisti (Credit: Edegard da Silva)

«Sono rimasti solo i muri», padre Edegard da Silva, missionario brasiliano della congregazione Nostra Signora de La Salette, è lapidario nel descrivere la situazione che si è creata alla missione di Nangololo, nel nord del Mozambico, dopo gli attacchi terroristici delle ultime settimane.

Ci dice che il villaggio di Muambula è diventato quasi un luogo fantasma: gli abitanti sono fuggiti tutti, tranne qualche persona molto anziana. E che nel distretto di Muidumbe si sta ancora sparando.

Il distretto di Muidumbe, nella provincia di Cabo Delgado, conta circa 80mila abitanti ed è composto da 26 comunità, per la maggior parte di etnia maconde. Si tratta perlopiù di gente dedita all’agricoltura. Continua padre Edegard: «Molti ci chiedono il perché questa guerra che dura ormai da tre anni. Per noi missionari che viviamo con la gente di questi villaggi, l’unica risposta è che questa guerra ha ucciso molte persone innocenti. Sono i poveri che muoiono. E non hanno nulla a che fare con le motivazioni che portano i jihadisti per prendere il controllo della regione».

Una guerra, ricorda il missionario, che ha visto dare alle fiamme le case modeste che compongono i villaggi, dove la gente viveva in pace; che ha rapito uomini, donne, giovani e persino bambini; che ha distrutto piccole aziende, a ospedali, a scuole e a uffici pubblici.

«Più di 500.000 persone sono state costrette ad abbandonare le loro terre e comunità. Una parte di questi profughi, spesso intere famiglie, sono accolti da amici e parenti nelle altre cittadine della regione; altri vivono, in condizioni precarie, nei campi profughi costruiti dal governo. È una guerra crudele, folle, diabolica, che separa le persone».

(Credit: Edegard da Silva)

Comunità ferite

L’attacco che si è svolto tra il 30 ottobre e il 20 novembre è stato uno dei peggiori mai registrati nella regione. «Ma non abbiamo dati sul numero dei terroristi e sulle armi utilizzate. Tuttavia, a giudicare dal disastro che hanno fatto, immaginiamo che siano stati utilizzate armi pesanti. In questa missione abbiamo il centro pastorale per la formazione dei catechisti, dotato di una cinquantina di camere. Questi dormitori, le stanze della catechesi, la casa dei missionari e la parrocchia, sono stati tutti distrutti. Stessa sorte hanno subito la chiesa, la radio comunitaria, la clinica odontoiatrica, la casa delle suore religiose, la scuola materna. Sono rimasti solo i muri. È sparito tutto quello che c’era all’interno e anche i tetti sono stati divelti».

Padre Edegard da Silva specifica che, a suo avviso, i jihadisti non compiono attacchi mirati contro le missioni cattoliche. Le incursioni hanno lo scopo di destabilizzare l’intera comunità, colpendo i servizi essenziali come gli ospedali, le scuole o le banche.

E conclude «Al momento non possiamo contare sulle forze di sicurezza. Non si vede, da parte loro la capacità o la volontà di proteggere questo territorio. Per fortuna il nostro vescovo, Luiz Fernando Lisboa, sta mantenendo aperto un dialogo con le autorità».

 

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