Attacco all’Iran: cosa significa per i mercati africani - Nigrizia
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Gli effetti della nuova crisi energetica globale si stanno già ripercuotendo anche sul continente
Attacco all’Iran: cosa significa per i mercati africani
Il blocco del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz e delle produzioni nel Golfo Persico sta facendo aumentare il prezzo di petrolio e gas. In Africa, i paesi importatori di prodotti petroliferi raffinati sono tra i più esposti alla crisi
03 Marzo 2026
Articolo di Rocco Bellantone
Tempo di lettura 5 minuti

Tra i prevedibili effetti diretti dell’attacco militare di Stati Uniti e Israele contro l’Iran scattato lo scorso 28 febbraio, c’è anche l’aumento del prezzo degli idrocarburi.

Il blocco del trasporto marittimo internazionale all’ingresso dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transitano circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto (GNL) mondiali, e la sospensione di produzione ed esportazioni in alcuni dei più importanti siti del Golfo Persico, hanno fatto schizzare il costo dell’energia in tutto il pianeta, con conseguenze sulla tenuta delle catene di approvvigionamento di merci e materie prime.

Se il traffico di navi ad Hormuz continuerà a restare paralizzato, e se in contemporanea la risposta iraniana all’attacco subìto da Stati Uniti e Israele si concretizzerà con nuove offensive come quelle che hanno già preso di mira la principale raffineria di petrolio saudita a Ras Tanura, il prezzo del greggio, già aumentato a 80 dollari al barile, potrebbe salire fino a 100 se non addirittura 120 dollari.

Più si restringe la cerchia dei soggetti che producono energia, più ne aumenta il prezzo. In parallelo, più le navi stanno ferme, più aumenta il costo del trasporto di ciò che hanno a bordo e, di conseguenza, più lievitano le coperture assicurative. È già accaduto diverse volte negli ultimi anni: con l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, con gli attacchi dei miliziani yemeniti houthi contro le navi in transito nel Mar Rosso dopo il 7 ottobre 2023.

Che succede ora in Africa?

Gli effetti di questa nuova crisi energetica globale si stanno già ripercuotendo anche sui paesi africani. Gli stati del continente sono mediamente grandi importatori di prodotti petroliferi raffinati, motivo per cui sono particolarmente esposti all’impennata del prezzo del greggio e alla minaccia di interruzioni delle sue forniture.

Stando alle stime del colosso petrolifero nigeriano Dangote Industries Limited, l’Africa importa ogni anno oltre 120 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi raffinati, per un costo di circa 90 miliardi di dollari.

Un aumento del prezzo del petrolio comporta nel breve periodo un aumento dei costi di importazione dei prodotti raffinati. Per i cittadini significa, nel giro di poche settimane, vedere salire il costo del carburante.

In contemporanea aumentano anche le tariffe dei trasporti: specie in quei paesi senza sbocco sul mare che dipendono fortemente dal carburante importato e trasportato su lunghe distanze, mentre nei mercati dell’Africa orientale (Kenya, Somalia Tanzania e Uganda) gli analisti prevedono un aumento medio del carburante di circa 100 scellini al litro (da 0,66 a 0,02 euro) se i prezzi globali del greggio continueranno a crescere.

Insieme a questi costi crescono anche quelli di produzione in settori nevralgici come l’agricoltura e il manifatturiero. Tutto ciò si riversa sul costo finale di ciò che si acquista, compresi i generi alimentari. La valuta locale perde peso e l’inflazione inizia a salire.

È il motivo per cui tra i primi allarmi lanciati dall’Unione Africana a seguito dell’attacco all’Iran c’è stato quello sui rischi che si presenteranno, da subito, per la sicurezza alimentare del continente. Se il prezzo del petrolio dovesse avvicinarsi ai 100 dollari, per molti paesi africani si aprirebbe la voragine della stagflazione, ovvero una crescita debole appesantita da prezzi dei beni in costante aumento.

Il caso della Nigeria

L’aumento graduale del prezzo del petrolio potrebbe tradursi in un vantaggio per quei paesi africani che esportano l’idrocarburo: la Nigeria in testa, seguita da Libia, Angola, Algeria ed Egitto.

La Nigeria esporta mediamente circa 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno. Queste esportazioni contribuiscono alla maggior parte delle entrate in valuta estera del paese. Il problema è che nonostante queste importanti esportazioni, la Nigeria importa anche molti prodotti petroliferi raffinati.

Business Insider Africa segnala che il gruppo Dangote, ad esempio, raffina sì circa 18 milioni di barili di greggio al mese, ma la maggior parte di questo greggio proviene dall’estero e solo una parte minore arriva dalla compagnia pubblica Nigerian National Petroleum Company Limited.

Se quindi il prezzo globale del greggio aumenta, anche in Nigeria finisce per crescere il costo del carburante alla pompa. È un destino da cui il paese non potrà svincolarsi fino a quando non aumenterà sensibilmente la propria capacità interna di raffinazione.

Cosa può accadere adesso?

Se l’ennesima escalation militare in Medioriente dovesse protrarsi per mesi, con costanti interruzioni delle forniture di idrocarburi e blocchi del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz (e di conseguenza anche attraverso il Mar Rosso), l’aumento del costo dell’energia si abbatterebbe pesantemente su molti paesi africani: frenandone le previsioni di crescita, acuendone i deficit fiscali e il peso del debito pubblico.

L’attacco russo all’Ucraina del 2022 e tutto ciò che ne è conseguito ha innescato uno shock da cui le economie africane, già messe in difficoltà dalla pandemia del 2020, si sono iniziate a riprendere a partire dal 2024, come segnalato da Jeune Afrique.

In questa nuova fase critica per alcuni stati del continente una scappatoia è rappresentata dall’aumento del valore di alcuni beni rifugio, in particolare l’oro. Per il 2026, complici le tensioni geopolitiche in atto, il suo valore potrebbe registrare un rialzo di circa il 25%. E a beneficiarne potrebbero essere quei paesi africani che ne producono di più, come Ghana, Sudafrica, Mali e Burkina Faso.

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