Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di aprile 2026.
Il 28 febbraio scorso un attacco militare congiunto tra Usa e Israele ha aperto una seconda guerra contro l’Iran nel giro di otto mesi. Le prime vittime sono state 167 bambine di una scuola, uccise da un missile di fabbricazione americana. Il giorno dopo la guida suprema Ali Khamenei è stato assassinato in un bombardamento israelo-americano della sua residenza a Teheran. Non è stato il solo omicidio eccellente.
Un colpo duro che ha scosso il paese e che gli americani pensavano avrebbe portato alla caduta del regime in pochi giorni. Questa offensiva militare è avvenuta di sorpresa mentre era in corso nell’Oman un negoziato indiretto tra Washington e Teheran sulla questione del nucleare iraniano. Esattamente lo stesso scenario verificatosi nel giugno 2025 quando, in pieno negoziato, americani e israeliani sferrarono quella che è stata definita “la guerra dei 12 giorni” contro l’Iran, dalla quale si ritirarono per ragioni “tattiche” perché in realtà la stavano perdendo.
Per inquadrare questo conflitto è necessario fare un breve excursus storico, partendo dal diktat degli americani che hanno sempre cercato di costringere gli iraniani a rinunciare al loro programma nucleare. Prima ancora, nel 1953, i servizi segreti di Usa e Gran Bretagna orchestrarono un colpo di stato, destituendo il premier Mossadeq – che aveva deciso di nazionalizzare la compagnia petrolifera controllata dagli inglesi – e riportando al potere il loro luogotenente, il re Mohammad Reza Pahlavi. Nel 1967 gli Usa costruirono il primo reattore nucleare a Teheran: allora l’Iran era ancora sotto la loro influenza geopolitica.
Negli anni Settanta la Siemens tedesca avviò la costruzione della centrale nucleare di Bushehr. Ma l’avvento della rivoluzione iraniana contro la monarchia stravolse tutti i piani dell’Occidente. Gli Usa persero la loro influenza geostrategica sull’Iran, i diplomatici israeliani furono cacciati e la loro ambasciata a Teheran consegnata ai palestinesi, ai quali fu promesso un sostegno per la realizzazione di uno stato sovrano e indipendente. Fu un enorme affronto per Israele.
Tutto ciò spiega l’accanimento di Usa e Israele nei confronti dell’Iran. Nulla centra la questione del nucleare: gli iraniani hanno sempre dichiarato che l’arma atomica stride con il loro credo religioso. E questi attacchi non sono neppure una risposta alla repressione delle donne iraniane.
L’obiettivo dichiarato della guerra è far cadere il regime iraniano e sostituirlo con uno sotto controllo americano, come lo fu quello dello Scià. Con l’uccisione della guida suprema Khamenei (e successivamente di Ali Larijani, capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale) Washington e Tel Aviv pensavano che il paese sprofondasse nel caos, provocando un’insurrezione contro il regime degli ayatollah, che avrebbe facilitato la sconfitta militare e la resa dell’Iran. Ma hanno fatto i conti senza l’oste.
Il popolo iraniano è a maggioranza sciita e basa la sua fede sul concetto del martirio: è quindi pronto a morire per i suoi ideali religiosi. Questa guerra imposta all’Iran rientra in una strategia di riposizionamento neocoloniale dell’impero americano che negli ultimi vent’anni ha visto il suo potere geopolitico ed economico corrodersi progressivamente. Perdere questa guerra significherebbe accelerare tale corrosione. E la Cina è lì ad aspettare che il conflitto sfianchi il suo rivale per continuare la propria scalata al potere a livello globale.
Mossadeq
Mohammad Mossadeq fu il primo ministro iraniano dal 1951 al 1953, noto per aver nazionalizzato l’Anglo-Iranian Oil Company controllata dagli inglesi. La sua politica sfidò gli interessi occidentali, attirando l’ostilità di Usa e Gran Bretagna. Nel 1953 fu deposto da un colpo di stato orchestrato dai servizi segreti anglo‑americani (“Operazione Ajax”) e arrestato, trascorrendo il resto della vita agli arresti domiciliari fino alla morte nel 1967.