La guerra in Medioriente minaccia la stabilità dell’Africa - Nigrizia
Conflitti e Terrorismo Economia
La crisi si riflette anche sulla bilancia commerciale africana con un indebitamento che aumenterà di 15 miliardi di dollari quest'anno, rispetto al 2025
La guerra in Medioriente minaccia la stabilità dell’Africa
Il conflitto in Iran e le sue ripercussioni sulle catene di approvvigionamento e sui prezzi degli idrocarburi mettono a rischio la sostenibilità del debito africano, evidenziando la cronica esposizione del continente agli shock globali
24 Marzo 2026
Articolo di Antonella Sinopoli, da Accra
Tempo di lettura 6 minuti

Sono molti gli ambiti che già sono, o saranno nel prossimo futuro influenzati dalla guerra in Medioriente. L’Africa non ne è esente, anzi la sua posizione geografica aumenta i fattori di rischio. Solo 30 chilometri circa separano infatti Gibuti dallo Yemen attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, collegamento tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden e ingresso nella penisola arabica.

Proprio in questi giorni una nuova minaccia è stata evidenziata e riguarda il debito. Secondo S&P Global, società statunitense specializzata in informazioni finanziarie, analisi, rating del credito e approfondimenti sulle materie prime, l’indebitamento commerciale a lungo termine degli stati africani aumenterà da 140 miliardi di dollari nel 2025 a 155 miliardi di dollari quest’anno, a causa delle “scadenze dei titoli di debito e delle attuali esigenze di finanziamento del bilancio”.

“La guerra in Medioriente e le sue ripercussioni sulle catene di approvvigionamento e sui prezzi degli idrocarburi rappresentano un rischio per i piani di indebitamento dell’Africa per il 2026″, si legge nel rapporto.

Rivolgersi ai mercati finanziari internazionali sarà più difficile per molti paesi africani poiché la guerra alimenta la volatilità dei prezzi del petrolio e l’incertezza globale. Questo potrebbe far aumentare il costo del capitale e le spese per la catena di approvvigionamento.

Vantaggi e svantaggi

Intanto i prezzi del petrolio, dall’inizio del conflitto, sono aumentati di oltre il 40%. Questo, ovviamente, potrebbe avvantaggiare paesi produttori come Angola, Algeria, Nigeria, Libia ma nello stesso tempo creare problemi a tutti quelli che importano prodotti petroliferi raffinati. Di fatto, la maggior parte dei paesi africani.

L’aumento dei tassi di interesse per controllare l’inflazione – se così dovessero decidere le banche centrali – potrebbe provocare significative perdite di bilancio. In questa situazione ci sono però anche dei vantaggi. Secondo gli analisti i paesi africani che hanno contratto debiti sovrani dovrebbero beneficiare di un indebolimento del dollaro statunitense.

Non per tutti i paesi africani l’impatto previsto è lo stesso. Per quelli esportatori di materie prime come Angola, Nigeria, Zambia e Ghana, l’aumento dei prezzi di petrolio, rame e oro sta rafforzando la bilancia commerciale, incrementando le entrate fiscali e sostenendo le riserve valutarie.

Si prevede comunque che il debito commerciale totale degli stati africani supererà i 1.200 miliardi di dollari entro la fine del 2026, pari al 45% del PIL. Condizioni commerciali favorevoli per gli esportatori di materie prime aiuteranno i governi a mantenere i propri saldi fiscali a un livello simile a quello del 2025 e a facilitare i loro sforzi di mobilitazione delle entrate.

Sulla base di questo si prevede che il Sudafrica nel 2026 ridurrà il proprio indebitamento grazie a un deficit di bilancio inferiore e a un aumento dei finanziamenti agevolati; mentre Nigeria, Angola e Ghana si indebiteranno di più a causa di misure di bilancio pregresse.

Ma se l’impatto della guerra risulta prevedibile sotto certi aspetti lo è meno quando si considera l’incertezza temporale. Non si sa quando questo conflitto finirà e soprattutto quanto continuerà ad espandersi.

Il blocco dei fertilizzanti

Uno snodo centrale che rappresenta il fattore di rischio e di incidenza più forte ed evidente è lo Stretto di Hormuz. Una rotta fondamentale, e non solo per il trasporto di idrocarburi. Chi comincerà a risentire molto presto degli effetti negativi di questo conflitto, sono gli agricoltori. Questi dipendono fortemente dai fertilizzanti importati via mare dal Medioriente e oggi la catena di approvvigionamento si è interrotta.

Secondo un rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (UNCTAD) il 54% dei fertilizzanti destinati al Sudan arriva da quel canale. Le cifre per la Somalia e il Kenya sono rispettivamente del 30% e del 26%. Gran parte dei fertilizzanti mondiali viene prodotta nel Golfo Persico, che dispone di un’abbondanza di gas fossile a basso costo – scrive il Guardian – e circa un terzo del commercio marittimo di fertilizzanti transita attraverso lo Stretto di Hormuz.

L’aumento in atto di tali prodotti potrebbe far aumentare i costi del cibo in aree già profondamente colpite da siccità, guerra, crisi alimentari. I paesi più esposti sono inoltre quelli con un ampio settore agricolo ma una produzione interna limitata di fertilizzanti. Tra questi Tanzania, Kenya, Somalia, Mozambico. Mentre nell’Africa occidentale potrebbero risentirne soprattutto Ghana e Costa d’Avorio, maggiori produttori al mondo di cacao, con conseguenze sul calo delle esportazioni e sui costi.

Sempre secondo l’UNCTAD, le economie africane sono quindi estremamente vulnerabili e affrontano una maggiore incertezza durante i grandi shock.

Tra le ragioni figurano la dipendenza dai mercati esteri, la volatilità delle esportazioni di materie prime, l’elevato indebitamento e le infrastrutture inadeguate. La crisi potrebbe poi generare pressioni sociali e proteste da parte di quelle popolazioni su cui si trasferirebbero i costi di questo conflitto creando ulteriori instabilità.

Colpite le esportazioni

Senza contare che il conflitto in generale e il controllo sullo Stretto di Hormuz stanno anche bloccando le esportazioni dall’Africa orientale verso il Medioriente come ha recentemente fatto sapere il ministro dell’Agricoltura kenyano, Mutahi Kagwe, secondo cui il conflitto ha interrotto l’esportazione di carne, tè e altri prodotti alimentari.

Già in passato, allo scoppio della guerra in Ucraina, il continente africano aveva dovuto affrontare problemi analoghi dovuti all’interruzione delle catene di approvvigionamento. Ma c’è un’altra questione preoccupante, vale a dire l’eventuale espansione del conflitto verso paesi africani così vicini all’area di crisi.

Per l’Africa – scrive Al Jazeera – la crisi che si sta consumando a migliaia di chilometri di distanza non è una calamità geopolitica lontana. La testata paragona l’attacco in Iran da parte di Israele e Stati Uniti alla campagna della NATO in Libia nel 2011. Un’azione che ha contribuito a frammentare la Libia e che a distanza di anni mostra conseguenze ancora drammatiche e soprattutto evidenti nella destabilizzazione dell’intera area del Sahel.

Insomma, l’imperialismo e le sue azioni a dispetto delle norme internazionali portano sempre conseguenze negative ed imprevedibili. Non dimentichiamo, inoltre, che l’Africa ha un ruolo primario nell’assicurare risorse minerarie strategiche a tutto il mondo ed è quindi più centrale e cruciale di quanto si pensi. E questo, per il continente, è un ulteriore fattore di rischio.

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