Al-Kantara – marzo 2015
Mostafa El Ayoubi

La follia omicida dell’Is (Stato islamico) non sembra avere limiti. Il 15 febbraio scorso i jihadisti del cosiddetto “Califfato” hanno postato sul web un altro macabro video di decapitazione delle loro vittime. Questa volta è toccato a 21 cittadini egiziani di fede cristiana copta, catturati nel gennaio scorso. Il luogo dell’esecuzione stavolta non è né la Siria né l’Iraq, ma la Libia. Pare che sia stata la località di Derna – già proclamata come area d’influenza dell’Is – il territorio in cui è avvenuto quell’atto barbaro, documentato con filmato quasi da professionisti, viste la qualità e le tecniche di ripresa, su una spiaggia. Probabilmente la stessa costa di mare dove è attivo il traffico degli immigrati, per mano anche di questi stessi criminali, verso l’Italia.

Perché la Libia questa volta? Semplicemente perché la Libia, da quando è stata distrutta dalla Nato nel 2011, si è trasformata in centrale operativa del terrorismo che smista i jihadisti armati nel mondo arabo, specie in Siria e in Iraq (dove, però, si erano già ben insediati dopo la sciagurata guerra del 2003, scatenata dagli americani e dai loro alleati, gli inglesi in primis). Ultimamente l’Is pare aver perso una parte di quella forza propulsiva devastante che aveva – o per lo meno sembrava avere, come ha percepito l’opinione pubblica internazionale dalle affermazioni delle cancellerie delle grandi potenze militari occidentali veicolate attraverso i grandi media – e oggi trova più spazio di manovra criminale in un paese diventato “terra di nessuno”. Paese che confina con la più grande nazione araba: l’Egitto.

Qual è la strategia dell’Is nel provocare Il Cairo, decapitando 21 dei suoi cittadini copti, i quali non si capisce, tra l’altro, perché si trovavano ancora in un paese in balia di jihadisti che considerano i cristiani dei nemici da sterminare? Trascinare l’Egitto in una guerra contro il “Califfato” è militarmente controproducente per sé stesso, perché l’Egitto resta comunque una discreta potenza militare (diversamente dall’Iraq e dalla Siria attuali).

Cui bono allora il coinvolgimento militare e diplomatico del paese del Nilo nel pantano libico? Il giorno dopo la decapitazione del malcapitato gruppo dei copti, i caccia bombardieri egiziani avevano effettuato dei raid aerei in territorio libico per colpire i combattenti dell’Is. Lo stesso giorno, il 16 febbraio, l’Egitto ha comprato un pacchetto di armi (che comprende 24 caccia bombardieri Rafale) dalla Francia per un valore di 5,2 miliardi di euro. Il presidente Hollande ha definito la transazione come necessaria per la sicurezza interna dell’Egitto e del Medio Oriente. Il conto della partita di armi sarà saldato dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi. Occorre rammentare che sia la Francia che i paesi arabi del Golfo hanno contribuito attivamente alla distruzione della Libia e alla sua caduta nelle mani delle milizie jihadiste, le quali hanno in parte aderito all’Is.

Sono note le scarse credenziali della Francia nella lotta al terrorismo e nell’impegno per i diritti umani e la democrazia; come sono ben note anche quelle dell’Arabia Saudita e delle sue cugine minori arabe del Golfo. Qual è invece il curriculum “democratico” di cui dispone un regime che governa l’Egitto dopo aver compiuto un colpo di stato nel luglio 2013?

I rapporti di Amnesty International parlano di una «repressione senza precedenti negli ultimi 30 anni», da parte del regime di al-Sisi: in 20 mesi sono stati ammazzati oltre 400 oppositori, incarcerati 15 mila e, peggio ancora, sono state condannate a morte 1.500 persone. La stessa Amnesty ha affermato la morte di una trentina di manifestanti e l’arresto di centinaia di persone tra cui anche bambini, in occasione della ricorrenza del quarto anniversario della rivoluzione del 25 gennaio. Il 24 gennaio il governo egiziano aveva annullato la celebrazione di questo evento che ha portato alla caduta di Mubarak. La motivazione? Segno di cordoglio per la morte del re d’Arabia Saudita.

Il regime egiziano ha ormai fatto una chiara scelta di campo: sicuramente non quella di gran parte del suo popolo che ha visto annullare la sua rivoluzione per la libertà, la giustizia sociale e la democrazia, ma quella delle potenze occidentali e i loro regimi vassalli.

Ora l’Egitto si sta mobilitando per conto altrui per chiedere all’Onu di consentire alla Nato di re-invadere la Libia in nome della “lotta al terrorismo”. Ma in fin dei conti chi trae profitto da questo terrorismo?

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Nella foto in alto, miliziani dello Stato Islamico a Sirte in Libia.

“L’Egitto che interviene in Libia ha fatto una scelta di campo: quello delle potenze occidentali e dei loro regimi vassalli, gli stessi che hanno contribuito attivamente alla distruzione della Libia e alla sua caduta nelle mani delle milizie jihadiste”.