Sud Sudan / Un nuovo conflitto civile
L’accordo di pace è durato un soffio. Si è rivelato un azzardo quello della comunità internazionale di tenere due eserciti nemici a Juba per portare la pace nel paese. Azzardo fallito. Da venerdì centinaia i morti, la maggior parte civili. Il presidente Salva Kiir ha proclamato il cessate il fuoco. Ma difficile che venga accolto.

Il quinto anniversario dell’indipendenza si è rivelato un triste momento per il Sud Sudan. Invece delle celebrazioni di rito che avrebbero dovuto svolgersi davanti al mausoleo di John Garang (il leader che aveva guidato il partito ora al potere, l’Splm, alla vittoria nella guerra di liberazione) i sudsudanesi hanno visto il paese sprofondare di nuovo nella guerra civile. La convivenza a Juba tra gli eserciti delle due forze in conflitto – il governo del presidente Salva Kiir e l’opposizione armata del vicepresidente Rieck Machar – si è rivelata molto pericolosa, come numerosi osservatori indipendenti ed esperti delle dinamiche politiche sudsudanesi avevano paventato. Da venerdì scorso sarebbero almeno 300 le persone uccise negli scontri armati. Ora Salva Kiir, a quanto riporta l’emittente Bbc, avrebbe proclamato il cessate il fuoco. Un appello spesso caduto nel vuoto, anche in un recente passato.
La presenza in città delle due forze era prevista dall’accordo di pace sponsorizzato dalla comunità internazionale e conosciuto come Compromise Peace Agreement. Già il nome è molto indicativo del modo con cui si è arrivati alla firma, nell’agosto dello scorso anno, e dunque della volontà di trovare una soluzione politica alla crisi. Si sapeva che era un accordo scricchiolante fin dall’inizio, firmato dal presidente a Juba, dopo che il suo rivale, due settimane prima, lo aveva firmato ad Addis Abeba. La capitale etiopica, per quasi due anni, è stata teatro di negoziati di pace. Kiir aveva voluto, o forse dovuto, tornare a Juba per consultarsi con i suoi, in particolare con il Consiglio degli anziani denka, la sua tribù di appartenenza. Alla firma, Kiir si era presentato con un corposo documento in cui esprimeva numerose e pesanti riserve su importanti articoli dell’accordo stesso. A quel momento così solenne e cruciale per il futuro del paese non avevano presenziato alcuni funzionari e dignitari denka di alto rango, e in particolare il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Paul Malong Awan, per lunghi anni governatore del Bahr el Gazal settentrionale, e da sempre, o forse fino a quel momento, una delle colonne portanti del potere di Kiir stesso.

Segnali di accordo precario
Altri episodi avevano reso chiaro che l’accordo era davvero molto precario. Particolare preoccupazione aveva suscitato la resistenza del governo a smilitarizzare Juba, secondo quanto previsto dall’accordo di agosto, e a permettere lo schieramento delle truppe di Machar, per consentire il suo ritorno nel paese e la formazione del governo provvisorio di unità nazionale, che avrebbe dovuto elaborare la nuova costituzione e portare il paese alle elezioni, chiudendo così il periodo di crisi. Erano segnali d’allarme chiarissimi che dimostravano, per di più, che i diversi sistemi di controllo della realizzazione dell’accordo non erano in grado di incidere sui punti chiavi che avrebbero permesso l’uscita politica dalla crisi. Ma la comunità internazionale (rappresentata dall’organizzazione regionale per lo sviluppo, Igad, dall’Unione africana e dall’Unione europea, dalla cosiddetta Troika, cioè Usa-Regno Unito-Norvegia e da diversi paesi africani), che aveva messo a punto, e di fatto imposto, l’accordo, aveva deciso di premere, minacciando forse più per dimostrare di aver fatto il suo lavoro che per supportare una soluzione sostenibile e credibile al problema.
Machar con le sue truppe è rientrato alla fine di aprile. Il governo provvisorio si è insediato immediatamente dopo, in una situazione di estrema tensione non solo nella capitale, ma in tutto il paese e soprattutto nelle regioni che erano state solo sfiorate dal conflitto: l’Equatoria e il Bahr el Gazal, in una escalation di gravità sfociata negli scontri di Raja e poi di Wau, nel Bar el Gazal occidentale, dove sono morte centinaia di persone con decine di migliaia di nuovi sfollati e rifugiati.

Il baratro
A Juba la situazione è precipitata venerdì 8 luglio, con scontri davanti al palazzo presidenziale, la State House, dove erano in riunione le più alte cariche dello stato – il presidente Kiir, il primo vicepresidente Machar e il vicepresidente – che discutevano su come affrontare le tensioni crescenti. Mentre fuori dal palazzo lo scontro faceva almeno 270 morti, di cui molti civili, i tre hanno tenuto un discorso congiunto alla nazione, affermando di non sapere che cosa stava succedendo e che avrebbero fatto di tutto per riportare la calma. Sabato, 9 luglio, festa dell’indipendenza, la capitale era calma ma si diffondevano voci di una importante defezione nelle fila dell’Spla: il generale Charles Lam, comandante delle forze dell’Equatoria Orientale. Domenica 10 luglio gli scontri sono ricominciati, durissimi, prima con l’attacco del campo dell’Splm-Io, dove risiede anche Machar, alla periferia della città, diffondendosi poi anche in altri quartieri. Sono stati usati pure elicotteri militari che hanno sorvolato la città, bombardando, tra l’altro, i siti dove si trovano gli uffici e i depositi delle varie agenzie dell’Onu e della missione di pace, Unmiss, dove sono stati organizzati anche i due campi per la protezione dei civili, che ospitano ancora almeno 20mila persone.
Secondo dichiarazioni ufficiali, almeno 3 militari della forza di pace sarebbero stati uccisi (due rwandesi e un cinese) e parecchi altri feriti. Non si ha ancora un bilancio delle vittime degli scontri di ieri, ma varie fonti stimano in parecchie migliaia i civili che hanno cercato rifugio nei recinti delle chiese e presso le varie strutture dell’Onu. Tutti si trovano in condizioni molto precarie, senza ripari, senza cibo e senza acqua potabile, per di più terrorizzati dal diffondersi dei combattimenti in vari quartieri della città.
Questa mattina i combattimenti sono cominciati attorno alle 8,30 con colpi di artiglieria pesante anche in quartieri centrali e cruciali per la vita della città, come Tong ping e Haj Cinema, che si trovano sulle due direttrici di accesso all’aeroporto, che è rimasto chiuso dalla tarda mattinata di ieri. L’ambasciata americana, come molte ong internazionali, hanno comunicato che stanno preparando l’evacuazione del personale straniero non strettamente necessario alle operazioni nel paese.
Ieri il portavoce di Splm-Io ha dichiarato pubblicamente che, davanti a quanto successo negli ultimi giorni, l’accordo di pace è fallito, e nessuno aveva dubbi in proposito. Possiamo certamente dire che è fallita anche la scommessa, forse sarebbe meglio definirla azzardo pericoloso, della comunità internazionale che ha pensato di tenere due eserciti nemici nella stessa città per portare la pace nel paese, avendo per di più dimostrato di non essere in grado di influenzare positivamente in nessun modo la situazione.