C’era molta attesa per la riunione che si è svolta nei giorni scorsi presso Bissau, la capitale della Guinea-Bissau oggetto di uno strano golpe militare lo scorso novembre. Per l’esattezza, in seguito alle elezioni presidenziali e parlamentari che si sono tenute il 23 di quel mese e di cui non conosceremo mai i risultati ufficiali.
La giunta militare che si è instaurata al potere, interrompendo il processo elettorale, è capeggiata dal general-maggiore Horta Inta-A e ha vissuto momenti difficili fin dall’inizio: innanzitutto è stata isolata da tutto lo spettro politico africano (ed europeo), forse con l’obiettivo di un ritorno in grande stile del presidente deposto Umaro Sissoco Embaló, come denunciato da diversi media, oppositori e attivisti guineani.
Dal punto di vista politico e del consenso interno è pure sembrata debole, incapace di far fronte agli enormi problemi del paese. Lo scenario è stato aggravato dal fatto che, oltre a interrompere il conteggio delle elezioni, che avrebbero verosimilmente portato alla vittoria il candidato delle opposizioni, Fernando Dias, il governo militare golpista ha arrestato una serie di oppositori ritenuti pericolosi.
Tra loro Domingos Simões Pereira, il leader del principale partito della Guinea-Bissau, il Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC), a oggi ancora incarcerato.
In questo contesto si è inserito il tentativo di mediazione della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (ECOWAS/CEDEAO), l’organizzazione sub-regionale dell’Africa occidentale, di cui la Guinea-Bissau fa parte.
Il 10 gennaio scorso, una delegazione dell’organismo guidata dal leader di turno Julius Maada Bio, presidente della Sierra Leone, ha incontrato i massimi rappresentanti della giunta militare con l’obiettivo di cercare una soluzione alla crisi post-elettorale.
Sempre più poteri al presidente
Occorre subito anticipare che, al di là del tono e dei contenuti dell’incontro, ciò che più vale, in politica, sono i fatti: e il fatto nuovo, in queste ultime ore, è l’approvazione, da parte della giunta militare di transizione, di una nuova Costituzione che dà pieni poteri al presidente della Repubblica. Una decisione che in nessun modo era stata anticipata alla delegazione dell’ECOWAS.
L’orientamento che emerge da questa nuova Carta fondamentale lascia poi temere un’ulteriore spinta autoritaria da parte dell’esecutivo. Il presidente della Repubblica passa infatti a essere lo “chefe único” (l’unico capo) del paese. Si tratta di una modifica sostanziale del regime semi-presidenzialista che era stato approvato 30 anni fa, sullo stile del modello portoghese.
Il presidente, adesso, sarà anche capo dell’esecutivo (mentre questo ruolo, in precedenza, era lasciato al primo ministro), con potere di nomina su tutti i membri del governo, premier compreso, e con la prerogativa di sciogliere il Parlamento. Quest’ultimo perde inoltre la tradizionale denominazione di Assemblea popolare nazionale, passando alla dicitura di Assemblea nazionale.
Più in generale, la nuova Costituzione della Guinea-Bissau sarebbe stata «pulita» da tutti i termini «espressioni ideologiche e rivoluzionarie» che rimandano all’originaria impostazione socialista del PAIGC, il partito che ha guidato il movimento di liberazione contro la dominazione portoghese, secondo quanto affermato dal portavoce della giunta militare, Fernando Vaz.
«È la Costituzione di tutti i guineani, non la Costituzione di un partito in particolare», ha affermato Vaz in un evidente riferimento al PAIGC.
Forse, anche la posizione non troppo dura mostrata dall’ECOWAS ha permesso ai militari al potere in Guinea-Bissau questo salto di qualità. In pratica, una sfida a tutta la comunità internazionale.
Una voce mai abbastanza chiara
ECOWAS aveva assunto una prima posizione seria sul golpe il mese scorso, quando aveva emesso un comunicato in cui si sottolineava l’illegittimità della giunta militare. Nel testo si esprimeva un disaccordo col programma presentato dagli esponenti delle forze armate ai partner dell’Africa occidentale, e si intimava la necessità di formare un vero governo di transizione.
Il vero nodo, però, è rappresentato fin dall’inizio dalle elezioni del 23 novembre e dal loro risultato. Rispetto a questo, l’ECOWAS non ha mai ribadito la necessità di terminare il conteggio dei voti, eludendo così la principale questione sul tavolo.
Nell’incontro di Bissau del 10 gennaio scorso, le posizioni dell’organismo regionale si sono a dire il vero ulteriormente irrigidite, ma ancora, senza mai giungere a un punto di rottura: questa volta, i rappresentanti dell’ECOWAS hanno insistito sulla necessità di formare un governo di transizione inclusivo e composto da civili, della durata di 6-12 mesi, senza però trovare ascolto.
L’altro elemento critico ha riguardato il rilascio dei principali prigionieri politici, in primo luogo Simões Pereira, mentre il candidato presidenziale Dias è da mesi bloccato presso l’ambasciata nigeriana a Bissau, dove ha trovato rifugio. Anche in questo caso, però, l’ECOWAS ha preferito la carota al bastone, cercando di persuadere la giunta militare anziché imponendo sanzioni immediate. Una misura del genere è nei poteri dell’organizzazione e rappresenterebbe un duro colpo per la già fragile economia del paese.
Sono invece sconosciuti i contenuti delle conversazioni che la delegazione dell’ECOWAS ha avuto sia con Simões Pereira che con Dias, visto che gli stessi avvocati dei due uomini politici non hanno ancora avuto accesso ai loro assistiti, quasi due mesi dopo il golpe.
In definitiva, è utile rilevare che la rottura con ECOWAS e, in generale, con la comunità internazionale sembra ormai consumata. Occorrerà comprendere meglio, nei prossimi giorni, la reazione dei vari organismi internazionali, così come della società civile locale, che mai ha dimostrato simpatia verso il colpo di stato del 23 novembre scorso.