In Guinea-Bissau nulla è certo, eccetto i poteri del presidente
Guinea-Bissau Politica e Società
La fine del suo già contestato mandato promette di scaldare gli animi in vista delle elezioni di novembre
In Guinea-Bissau nulla è certo, eccetto i poteri del presidente Embalò
Il suo incarico è scaduto ieri 4 settembre ma per le opposizioni doveva già terminare a febbraio
05 Settembre 2025
Articolo di Luca Bussotti
Tempo di lettura 4 minuti
Il presidente Embalò. (Crediti: Paul Kagame/ Flickr)

Nell’enorme confusione istituzionale che sta caratterizzando la Guinea-Bissau negli ultimi mesi, un aspetto è certo: il presidente della Repubblica, Umaro Sissoco Embaló ha ancora pieni poteri, e li eserciterà sino a quando il nuovo presidente – lui stesso o il suo storico avversario, Domingos Simões Pereira – non entrerà in carica. Quindi solo dopo le prossime elezioni, in calendario a novembre. 

La questione all’ordine del giorno è, infatti, se Embaló ha ancora diritto di esercitare le sue funzioni di presidente della repubblica. Una questione dirimente, per garantire un processo elettorale trasparente e giusto. E per evitare, quindi, manipolazioni e possibili colpi di mano istituzionali da parte di chi non vuole saperne di lasciare il potere. Ovvero lo stesso Embaló, appunto.

Il labirinto di fine mandato 

L’attuale capo dello stato aveva vinto contestate elezioni nel 2020 venendo dalle opposizioni. Il suo mandato è iniziato il 27 febbraio di quell’anno.

La scadenza naturale, quindi, sarebbe stata il 27 febbraio di quest’anno, ma Embaló ha ritenuto che l’inizio del suo mandato debba essere fissato a partire dal 4 settembre 2020, ossia da quando il Supremo tribunale di giustizia ha emesso la sentenza definitiva rispetto al processo elettorale delle ultime presidenziali, confermando la sua vittoria E, in questo caso, la fine del mandato dovrebbe collocarsi al 4 settembre del 2025.

Le opposizioni, a partire dalla principale coalizione che sfiderà Embaló alle presidenziali fissate per il 23 novembre prossimo, PAI-Terra Ranka, già vincitrice delle elezioni parlamentari del 2023 con una maggioranza assoluta, hanno immediatamente contestato questa interpretazione legale sul mandato presidenziale.

Sia Domingos Simões Pereira, leader di questa alleanza elettorale, che l’altro raggruppamento di opposizione, API Cabas Garandi, guidato dall’ex-primo ministro Baciro Djá, ritengono infatti non soltanto che il mandato di Embaló si sia esaurito il 27 febbraio scorso, ma che l’attuale presidente dovrebbe essere sostituito, sino a nuove elezioni, dalla seconda figura istituzionale del paese.

Quindi dal presidente dell’Assemblea Nazionale Popolare (il parlamento della Guinea-Bissau). Una soluzione, questa, che sembra giuridicamente impraticabile, visto che – come sottolinea il costituzionalista Carlos Vanaim – il presidente della Repubblica esercita le funzioni piene di capo di stato fino al giorno dell’investitura del suo sostituto.

Embaló sembra aver voluto trarre il massimo possibile dall’assetto che ha fatto seguito a questa interpretazione, continuando a sconvolgere la compagine governativa fino all’ultimo momento disponibile. Il mese scorso il capo di stato ha quindi nominato un nuovo primo ministro, Braima Camará, insieme a un esecutivo composto da 26 ministri, di cui la maggioranza in discontinuità col precedente governo.

Se a tutto ciò si aggiunge la recente espulsione dei giornalisti portoghesi da Bissau, appare chiaro come Embaló non intenda lasciare un briciolo del suo potere, esercitandolo fino all’ultimo giorno disponibile, e forse anche oltre.

Il capo dello stato, mina vagante 

Il grande dilemma, infatti, è se il capo di stato della Guinea-Bissau questa volta rispetterà l’impegno di realizzare le elezioni per il giorno fissato, oppure se – magari col sostegno di un esercito che, fino a oggi, gli è sempre stato fedele – tenterà di rimandarle con qualche sotterfugio.

Un comportamento già visto in occasione delle elezioni parlamentari che nel 2023 hanno segnato una sconfitta cocente per il suo sistema di potere. Occorre segnalare, a questo proposito, che uno degli atti contestati dalle opposizioni è stata la nomina di un capo di stato maggiore personale, il general-maggiore Tomás Djassi.

Un provvedimento che non solo è stato adottato ad aprile di quest’anno, quindi, in teoria, fuori dal mandato presidenziale legittimo in scadenza il 27 febbraio, ma che sembra anche prefigurare la nascita di un esercito personale del presidente della Repubblica.

Un entità non prevista dalla Costituzione questa, come hanno anche segnalato giuristi locali, ma forse già attiva nella pratica. La grande preoccupazione è che Embaló abbia, di fatto, una parte delle forze armate del suo paese che risponde direttamente ai suoi ordini, e non ai principi costituzionali. 

Questo è un elemento che potrebbe rivelarsi decisivo, in caso di elezioni contestate o poco trasparenti, o ancora di più di un rinvio dell’appuntamento elettorale di novembre, che sarebbe letto dalle opposizioni come un vero e proprio golpe.

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