In Guinea-Bissau, quando tutto sembrava perduto per lo storico partito di Amilcar Cabral, il Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC), dal cilindro è spuntato un coniglio che il presidente guineano Umaro Sissoco Embalò, allergico ai processi elettorali, non deve avere troppo apprezzato.
Lo storico partito, iniziatore dell’alleanza di opposizione PAI-Terra Ranka, ha infatti individuato Fernando Dias da Costa come il suo candidato per le elezioni presidenziali in programma il 23 novembre.
Si parla di un candidato indipendente che fino a pochi giorni fa aveva praticamente zero chances di vincere e che adesso è diventato il vero sfidante del presidente uscente, se non il favorito per la massima carica di questo piccolo stato dell’Africa Occidentale.
Inizialmente il PAIGC e PAI-Terra Ranka avevano scelto di candidare il leader storico nonché presidente del PAIGC, Domingos Simões. Il politico è stato però escluso dalla corsa elettorale da una sentenza del Tribunale supremo del paese ritenuta discutibile e politicamente motivata da opposizioni e società civile.
Ogni alternativa è allora utile per impedire al governo autoritario di Embalò di consolidarsi, compresa quella di da Costa.
Storia di un candidato
L’operazione appare come l’unica possibile in uno scenario di doppia esclusione del PAIGC come partito e del suo candidato presidenziale, ma non sarà semplice.
Fernando Dias da Costa è presidente del Partito di rinnovamento sociale (PRS) dall’anno scorso. Il PRS si è costituito nel 1992, con l’apertura democratica del paese, e in larga misura è stato formato da scissionisti del PAIGC, in testa l’ex-presidente della Repubblica, Kumba Ialá.
Per diverso tempo il PRS è stato il principale rivale del partito di Cabral, la formazione che ha guidato la lotta di liberazione contro la colonizzazione portoghese che è poi culminata nell’indipendenza del 1974. Durante l’ultima legislatura, cominciata nel 2020, il partito è andato incontro a una scissione. Un troncone ha sostenuto Embaló, e un altro si è schierato con da Costa.
Un profilo competitivo
Il vantaggio di quest’ultimo – vice presidente dell’Assemblea popolare – è di aver sempre mantenuto un profilo di estremo equilibrio e dialogo, anche nei momenti più bui del mandato di Embaló.
Un esempio illuminante in questo senso è stato il tentativo, lo scorso febbraio, di mediare fra il presidente e Simões Pereira durante lo scontro sulla data delle elezioni. Tensioni che avevano spinto a un intervento anche la Comunità degli stati dell’Africa occidentale (ECOWAS/CEDEAO).
In quella occasione il candidato alla presidenza ha mostrato un senso delle istituzioni che appare come merce rara nella Guinea-Bissau di oggi.
Questo profilo lo rende votabile anche per i più recalcitranti fra gli iscritti e simpatizzanti del PAIGC. Che, comunque, a scanso di equivoci, ha già iniziato una forte mobilitazione per convincere i propri elettori a votare per da Costa, il quale ha promesso di restaurare l’ordine costituzionale più volte violato da Embaló.
Insieme all’alleanza PAI-Terra Ranka, anche l’Alleanza patriottica inclusiva – Cabas Garandi ha deciso di sostenere la candidatura di da Costa. Una scelta che lo rende un candidato forte, con elevate probabilità di avere la meglio sul presidente Embaló. Sempre che non ci siano tentativi di brogli o colpi di mano.
Le perplessità della società civile
Se nel PAIGC e fra i suoi alleati serpeggia quindi un certo ottimismo per il coniglio tirato fuori dal cappello, altri esponenti di punta della società civile locale la vedono diversamente.
Per Sumaila Jaló, professore presso il Liceo Agostinho Neto a Bissau, dottorando dell’Università di Coimbra e attivista, sconfiggere una dittatura alle urne è una missione impossibile.
La salvezza non potrà venire neanche dalla comunità internazionale, comprese l’Unione Europea e la Francia con cui Embalò ha instaurato ottimi rapporti.
Scenario mozambicano?
Fra incertezze, speranze e nuove strategie politiche, la Guinea-Bissau si appresta a vivere elezioni decisive, e non solo per determinare chi guiderà il paese per i prossimi cinque anni.
Piuttosto, il voto definirà che strada intende intraprendere Bissau. C’è quella battuta da Angola, Mozambico o Tanzania, con elezioni poco trasparenti e un clima sempre più autoritario. O quella del rispetto dei principi costituzionali e di separazione dei poteri che farebbero tornare il paese nell’alveo delle democrazie africane.