Prosegue tra alcune parziali buone notizie e molte ombre la transizione avviata dal governo militare golpista che si è instaurato in Guinea-Bissau subito dopo le elezioni del 23 novembre. Elezioni di cui non sono mai stati comunicati i risultati, visto che il conteggio è stato interrotto a dicembre dal colpo di stato che ha portato alla presidenza della repubblica il generale Horta Inta-A Na Man, attuale guida politica del paese.
La buona notizia è la liberazione dal carcere del leader del principale partito di opposizione, Domingos Simões Pereira, del Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC).
Simões Pereira, libero o quasi
Al culmine di pressioni della società civile locale e di parte della comunità internazionale, Simões Pereira, già primo ministro e presidente dell’Assemblea nazionale, ha potuto lasciare le patrie galere nello scorso fine settimana dopo 66 giorni di detenzione. Oltre due mesi trascorsi senza che gli venissero mai formalizzate delle accuse. Il sollievo per l’uscita dal carcere del leader dell’opposizione è solo parziale però, visto che Simoes Pereira è ancora agli arresti domiciliari.
Il mezzo passo in avanti è stato comunque reso possibile dalla mediazione del generale Birame Diop, ministro delle Forze armate del vicino e influente Senegal, inviato dal presidente Bassirou Faye proprio nell’ottica di facilitare la liberazione di Simões Pereira.
Del resto, l’ex premier non aveva commesso alcun reato se non opporsi strenuamente al governo dell’ex presidente Umaro Sissoco Embaló, sostenendo la candidatura del dirigente dell’opposizione Fernando Dias dopo che la sua era stata estromessa dalla corsa elettorale a causa di un controversa decisione della Corte suprema.
La ferma posizione di Dias
Un’altra buona notizia riguarda proprio Dias, che nel contesto di queste stesse negoziazioni ha potuto lasciare il luogo in cui si era rifugiato dopo il golpe: l’ambasciata nigeriana nella capitale Bissau.
L’evoluzione nella situazione di Simões Pereira e Dias è riuscita a rasserrenare parzialmente il turbolento clima che si respirava nel paese. Dal punto di vista politico però, poco è cambiato davvero: i due principali oppositori non sembrano infatti convinti dalle apparenti buone intenzioni dei militari.
Dias ha infatti rimandato al mittente la proposta partita dalla giunta di unirsi a un esecutivo di transizione o di indicare almeno tre figure di sua fiducia per occupare tre dicasteri di peso. Secondo il dirigente delle opposizioni, al di fuori della volontà popolare non può esservi alcuna collaborazione di carattere istituzionale. L’ex candidato ha quindi riaffermato la natura illegittima dell’attuale governo, oltre a rivendicare la sua vittoria al voto dello scorso novembre.
Contentino all’ECOWAS?
Sono del resto in molti a nutrire dubbi sulla bontà delle intenzioni della giunta. La proposta di includere le opposizioni nel governo è contenuta in una lettera alla Comunità economica dell’Africa occidentale (ECOWAS/CEDEAO), l’organismo regionale di cui fa parte Bissau e che nelle scorse settimane ha intimato ai militari di ripristinare l’ordine costituzionale sconvolto con il golpe. In molti vedono questa mossa come nient’altro che un tentativo di placare gli animi dell’ECOWAS, quindi.
Dubbi ci sono anche in merito alle elezioni convocate dalla giunta militare per il prossimo 6 dicembre. Il paese non sembra affatto pronto. Come evidenziato dal presidente della Commissione nazionale per le elezioni, Mpabi Kaby, al paese serve ancora un nuovo censimento elettorale così come equipaggiamenti informatici che possano permettere di contare i voti in modo trasparente e rapido.
Non da ultimo, continuano i sospetti sul possibile ruolo dell’ex-presidente Embaló nel golpe dello scorso novembre. L’ex capo di stato, al momento in autoesilio in Marocco, è stato da subito accusato da parte delle opposizioni e della società civile di essere il regista dell’operazione, visto che le elezioni sospese dai militari ne avrebbero decretato quasi sicuramente la sconfitta. Il governo golpista è composto inoltre da uomini di comprovata fede verso l’ex-presidente.
Mediatori controversi
Da pochi giorni ci si è messa poi anche l’Unione Africana. L’organismo ha sorpreso un po’ tutti gli osservatori infatti, nominando come mediatore per la crisi guineana l’ex primo ministro di São Tomé e Príncipe, Patrice Trovoada.
L’ex premier, sostituito l’anno scorso dal presidente Carlos Vila Nova, è una figura molto discussa nel suo paese di origine, piccolo arcipelago al largo delle coste gabonesi. Figlio d’arte (il padre, Miguel Trovoada, è stato presidente di São Tomé e Príncipe dal 1991 al 2001), è ritenuto una sorta di kingmaker dello stato insulare ed è stato accusato da alcuni osservatori di aver orchestrato un auto golpe nel 2022.
Trovoada vanta inoltre ottimi rapporti con Embalò. Rapporti tali da metterne in discussione l’imparzialità e da corroborare i timori di un ritorno dell’ex presidente a Bissau, prima o poi, come denunciato da esponenti del PAIGC. Magari un ritorno in scena in vista proprio del voto di dicembre, a cui non è affatto detto che le opposizioni potranno partecipare liberamente, seguendo un copione noto nel paese e che si è visto in azione anche in occasione del voto dello scorso novembre.