Guinea-Bissau: Domingos Simões Pereira trasferito in Portogallo
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Interrotto il carcere per tre mesi per ragioni di salute, le cure a Lisbona. Il leader del PAIGC: "Tornerò, non volto le spalle al mio popolo"
Guinea-Bissau: detenzione sospesa, Domingos Simões Pereira trasferito in Portogallo
Il politico è stato accusato di aver partecipato alla preparazione di un golpe in un processo ritenuto da molti politicamente motivato
24 Luglio 2026
Articolo di Luca Bussotti
Tempo di lettura 5 minuti
Domingos Simões Pereira

All’alba di oggi, Domingos Simões Pereira, leader delle opposizioni in Guinea-Bissau, è atterrato all’aeroporto di Lisbona dopo essere stato liberato il giorno prima dalla giunta militare formatasi dopo un colpo di stato alla fine dello scorso anno.

L’ennesimo arresto di Simões Pereira, acerrimo rivale dell’ex-presidente Umaro Sissoco Embaló, aveva fatto scattare l’indignazione di larga parte della comunità internazionale, e le proteste di molti gruppi organizzati di cittadini in Guinea-Bissau e tra la diaspora.

In modo particolare in Portogallo, ex potenza coloniale dove risiede una grossa comunità guineana.

I termini del rilascio 

Il leader dell’opposizione è giunto nel paese lusitano sulla base dell’interruzione della pena per tre mesi decretata dal Tribunale militare presso cui si stava svolgendo il suo caso. 

La giustizia militare di Bissau ha accolto le richieste dei legali di Simões Pereira, che ne chiedevano il rilascio per motivi di salute. La corte ha deciso che le cure di cui avrebbe bisogno il politico non sono accessibili nel paese e dovranno quindi essere svolte in Portogallo. Al leader dell’opposizione è stato comunque vietato di condurre attività politica. 

Parlando con i giornalisti al suo arrivo nella capitale portoghese, Simões Pereira ha detto di provare un “senso di libertà” ma anche specificato di voler tornare in Guinea-Bissau e portare avanti la sua lotta nel paese. “Non posso voltare le spalle al mio popolo”, ha affermato il dirigente. 

Un caso complicato 

Pereira è stato accusato di avere partecipato alla organizzazione di un colpo di stato che si sarebbe dovuto tenere a ottobre scorso. Ovvero prima delle elezioni di novembre, che sono poi sfociate in un vero golpe che ha interrotto il processo elettorale e aperto la strada all’attuale governo militare di transizione, presieduto dal generale Horta Inta-A.

Simões Pereira è un ex primo ministro e del leader del Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC), principale formazione di opposizione del paese nonché movimento armato che aveva guidato la lotta di liberazione contro il Portogallo, poi culminata nell’indipendenza del 1974. 

Il massimo dirigente del PAIGC è da molti considerato il politico più influente e col maggiore appeal elettorale della Guinea-Bissau. 

Simões Pereira non ha avuto timore di sfidare Embaló in varie circostanze: ha portato il PAIGC – all’interno della più ampia coalizione PAI-Terra Ranka – a vincere le elezioni legislative con una maggioranza assoluta nel 2023, salvo poi lo scioglimento del parlamento da parte dell’allora presidente Embaló a dicembre dello stesso anno.

Impedito di concorrere alle presidenziali del novembre 2025 da una controversa decisione della giustizia, il politico ha allora traghettato la coalizione che guidava verso il sostegno al candidato indipendente Fernando Dias, il probabile vincitore delle elezioni a detta delle opposizioni stesse ma anche di diversi analisti e larga parte della società civile.

I cui risultati ufficiali del voto non sono comunque mai stati divulgati a causa del golpe. 

Da allora, ossia dal colpo di stato post-elettorale, Simões Pereira ha trascorso la propria vita fra patrie galere e prigioni domiciliari. L’ultimo arresto, il 10 luglio scorso, ha fatto scattare una serie di reazioni da parte della comunità internazionale, oltre che da diversi settori della società civile, che devono avere convinto la giunta a rilasciare lo scomodo prigioniero.

Il sostegno internazionale 

Di fronte a quello che i suoi avvocati hanno definito come una vera e propria persecuzione politica, Simões Pereira ha avuto, questa volta, una solidarietà internazionale in parte inaspettata, visti i precedenti.

In primo luogo da parte della Comunità dei paesi di lingua ufficiale portoghese (CPLP), seguita a ruota dal parlamento di un altro paese lusofono, Timor Est. È intervenuto anche il presidente mozambicano Daniel Chapo, a cui la giunta militare della Guinea-Bissau ha però risposto per le rime, accusandolo di non avere l’autorità morale per dare lezioni di buona politica ad altri paesi.

Infine è stata la volta del governo di Capo Verde, guidato dal partito gemello del PAIGC, il PAICV che si è scisso dalla formazione guinena nel 1981 dopo la lotta di liberazione.

Quel che più ha pesato sulla decisione del rilascio di Simões Pereira, però, sembra essere stata l’azione diplomatica di Lisbona e della componente socialista del gruppo del parlamento europeo.

L’eurodeputato portoghese socialista Francisco Assis ha infatti presentato un’interpellanza urgente alla responsabile della politica estera comunitaria, Kaja Kallas, chiedendo all’UE di assumere una posizione decisa in merito alla vicenda-Pereira.

Una posizione che non prevedeva soltanto la richiesta all’esecutivo di Bissau del rilascio immediato del prigioniero, bensì anche spiegazioni in merito alle misure adottate fino a questo momento in seguito alla raccomandazione che il parlamento di Strasburgo aveva votato a dicembre del 2025, indicando la “revisione immediata degli accordi bilaterali” con Bissau.

La scelta della politica lusitana

Sulla stessa lunghezza d’onda si è mosso il governo portoghese di centro-destra. L’esecutivo guidato da Luís Montenegro ha adottato un approccio meno impegnativo dal punto di vista politico, dicendosi disposto ad accogliere “per ragioni mediche e umanitarie” Pereira sul proprio territorio.

Una formula, questa, che ha permesso alla giunta militare della Guinea-Bissau di liberare Simões Pereira, condizionando questo atto al divieto, da parte del leader dell’opposizione di quel paese, di esercitare attività politica dal Portogallo.

Una mediazione, insomma, che ha tolto pressione, soprattutto internazionale, al governo golpista di Bissau, ma che non ha risolto in alcun modo la complessa situazione politica del piccolo paese dell’Africa Occidentale.

Completamente dipendente dagli aiuti dell’Unione Europea per la propria sopravvivenza, la Guinea-Bissau rischia, con questo governo senza alcuna legittimazione popolare, sempre più isolato internazionalmente, di scatenare un’ondata di proteste interne, il cui epilogo è difficilmente prevedibile.

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