Ci sarebbe da chiamare in causa la commedia dell’arte per spiegare quello che è avvenuto in Guinea-Bissau con il golpe militare della settimana scorsa, sopraggiunto pochi giorni dopo le elezioni generali. La commedia dell’arte, però, suscitava ilarità. Qui invece, potrebbe sfuggire al massimo un malcelato e rassegnato sorriso, non fosse che il destino di un’intera nazione resta appeso a un filo molto sottile, le cui trame evocano, in verità, più Alfred Hitchock che Pietro l’Aretino o il Ruzante.
Un golpe che non è una sorpresa
Lo scenario, a dire il vero, era largamente prevedibile. Fino alla settimana scorsa, dopo le elezioni del 2019, pure quelle ampiamente contestate, la Guinea-Bissau era governata da Umaro Sissoco Embaló, un militare di fede musulmana già membro di vari governi, specialista in relazioni internazionali e difesa allergico a elezioni e sistemi democratici di controllo del potere.
Negli ultimi tre anni, Embaló ha rimandato costantemente le elezioni legislative, che si sono poi realizzate nel 2023, con una cocente sconfitta dei partiti che lo sostenevano. Stretto all’angolo, l’ormai ex presidente ha sciolto più volte il parlamento, formato governi di iniziativa presidenziale, licenziato e nominato nuovi ministri. Ma soprattutto, Embaló ha continuato a ignorare la volontà espressa dagli elettori del suo paese, che avevano indicato con chiarezza la strada che, come presidente, avrebbe dovuto intraprendere.
Lo stesso è accaduto per le elezioni presidenziali del 23 novembre scorso. Continuamente rimandate, Embaló aveva provato a mettersi al sicuro in vista delle urne, facendo eliminare gli avversari più temibili dagli organismi elettorali di giustizia. È così che l’ex premier Domingos Simões Pereira, presidente dello storico Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC), era stato escluso dalla corsa elettorale, praticamente azzerando le possibilità di vittoria della sua coalizione, PAI-Terra Ranka. L’alleanza di partiti che aveva vinto le legislative del 2023.
La variabile Fernando Dias Da Costa
La trappola si è però ritorta contro Embaló. Fra gli aspiranti presidente infatti, un candidato inizialmente indipendente, Fernando Dias Da Costa, è sfuggito alle grinfie della giustizia elettorale ed è diventato il nome su cui sono confluite le opposizioni. La sua candidatura non è stata comunque presa troppo sul serio da Embaló e compagni. Una strategia miope, visto che i risultati, ufficiosi, delle elezioni: dai primi conteggi non ufficiali Da Costa sembrava infatti destinato a diventare il nuovo presidente della Guinea-Bissau, con una maggioranza assoluta del 53%.
È stato proprio in questo momento che è avvenuto il prevedibile patacrac. Militari fedeli a Embaló si sono impossessati dei mezzi di comunicazione e, con un colpo di stato farsesco, hanno annunciato la sospensione del conteggio dei voti e delle libertà costituzionali nonchè un coprifuoco notturno (poi ritirato dopo pochi giorni). In seguito, è stato formato un governo “di transizione”.
Volti noti
Il nuovo presidente è adesso il generale Horta Inta-A Na Man, il capo del governo è Ilídio Vieira Té. Il primo è un generale che si è formato in Unione Sovietica (di Mosca usa ancora il distintivo nella sua uniforme). Con Embaló è stato prima capo di stato maggiore e poi capo di stato maggiore personale, una carica inventata dall’ex-presidente che faceva sospettare che questi stesse formando un corpo paramilitare a lui fedele.
Il secondo è anch’egli una figura vicina a Embaló. Proprio con l’ex presidente al potere aveva ricoperto l’incarico di ministro delle finanze, e di Embaló era stato anche responsabile della campagna elettorale.
A rendere grottesco questo colpo di stato non è solo la modalità con cui è stato comunicato, dalla voce tremante del militare che ha letto l’annuncio non senza difficoltà alle deliranti teorie del complotto che vedrebbero coinvolti non meglio specificati “baroni della droga”.
Sono alcuni dettagli a rendere questo putsch ben poco credibile. Non si comprende infatti come Embaló sia potuto prima essere oggetto di un golpe da parte dei suoi uomini più fedeli, e poi, come sia potuto fuggire in tutta calma dal paese raggiungendo il vicino Senegal con mezzi aerei messi a disposizione dal presidente Bassirou Diomaye Faye (nello scorso fine settimana, l’ex presidente si è infine stabilito a Brazzaville, in Congo).
Di contro, i principali esponenti di opposizione, a partire da Domingos Simões Pereira, si trovano ancora incarcerati, rifiutando cibo e bevande per timore di essere avvelenati.
Vita breve?
Alla resa dei conti, al di là di speculazioni più o meno veritiere, questo golpe ha avuto un solo effetto immediato e comprovabile: la sospensione (probabilmente l’annullamento tout court) di elezioni che erano state libere, partecipate e che avevano dato la vittoria a Da Costa. Si apre adesso, probabilmente, una nuova pagina nella storia politica della Guinea-Bissau. Una nuova fase in cui Embaló si trova al sicuro, pronto a rientrare nel momento in cui i militari suoi fedeli lo richiameranno in patria.
Se questo è lo scenario che, probabilmente, Embaló aveva costruito sin da prima delle elezioni, adesso occorre fare i conti con la realtà. I colpi di stato, negli ultimi anni, si sono succeduti in Africa a ritmo accelerato. Tuttavia, c’è golpe e golpe, al di là delle unanimi e interessate condanne europee.
In Africa Occidentale e Sahel, per esempio, la maggior parte dei colpi di stato sono stati accompagnati da grande consenso popolare. I golpe sono stati salutati con entusiasmo da popolazioni che o non sopportavano più presidenti corrotti e che intendevano mantenersi in carica in eterno (come Alpha Condé in Guinea-Conakry), o che non garantivano alcuna sicurezza rispetto all’ascesa militare dei gruppi jihadisti, spesso anche in rapporti ambigui con le potenze occidentali (Burkina Faso, Mali e Niger).
Ciò che è avvenuto in Guinea-Bissau non sembra assimilabile a nessuna delle due situazioni. Il popolo guineano voleva un cambiamento rispetto a cinque anni di malgoverno di Embaló. Durante questo periodo, il ruolo della Guinea-Bissau come ponte hub del traffico di cocaina dal Sud America all’Europa si è consolidato, mentre tutte le istituzioni democratiche sono collassate a causa del dispotismo del presidente.
La società civile della Guinea-Bissau, tradizionalmente attiva, ha reagito e si è organizzata. È in questo contesto che i partiti di opposizione, pur fra mille difficoltà, sono riusciti a vincere elezioni molto complicate, prima nel 2023 (per il rinnovo del parlamento), poi le presidenziali di quest’anno, stando ai conteggi ufficiosi. Il colpo di stato di pochi giorni fa, insieme alla formazione di un governo di transizione, rappresentano l’ennesima ferita alla vita pubblica della Guinea-Bissau che, tuttavia, avrà (o potrebbe avere) vita breve.
L’Unione Africana, ha condannato il golpe, sospendendo la Guinea-Bissau come stato membro. La Comunità economica degli stati dell’Africa Occidentale, (CEDEAO) ha fatto altrettanto, condannando Bissau e congelando la sua partecipazione all’organizzazione, mentre l’Unione Europea si è allineata a quanto sostenuto dai due organismi africani, chiedendo il rapido ritorno alla normalità costituzionale.
Aspettando la democrazia
Un paese povero come la Guinea-Bissau non può sopravvivere senza il sostegno della comunità internazionale: una rottura delle relazioni diplomatiche e di tutte le forme di cooperazione, multilaterale e bilaterale, porterebbe al collasso nel giro di poco tempo, forse di settimane. Per questo, la vita dell’attuale governo potrebbe essere molto breve.
Il quesito che si pone, però, è ancora fra un finale alla Agatha Christie e uno alla Samuel Beckett di Aspettando Godot. Cessata l’emergenza del governo di transizione, che succederà? La soluzione più logica sarebbe rispettare la volontà popolare, dare l’annuncio ufficiale del risultato elettorale, con la vittoria di Fernando Dias da Costa, e investirlo del ruolo di presidente.
Ma il presidente “deposto” è Sissocó, per cui potrebbe essere lui a tornare in sella, magari per preparare, con calma, nuove elezioni. Continuando ad aspettare il Godot della Guinea-Bissau insomma, ossia consultazioni giuste e trasparenti che vedano governare chi, effettivamente, è stato scelto dagli elettori.