Boicottaggio totale. È questa la scelta delle opposizioni e della società civile della Guinea-Bissau in vista del referendum costituzionale previsto nel paese per questa domenica, 30 agosto, definito “una vera e propria farsa”.
I movimenti contrari al governo invitano la cittadinanza guineana all’astensione denunciando la mancanza di legittimità delle istituzioni che promuovono il voto e della riforma della Costituzione che verrà sottoposta al vaglio popolare, che promette di aumentare in modo sensibile i poteri in capo al presidente della Repubblica.
Figli del golpe
L’attuale presidente, il generale Horta N’Tam, non è però ritenuto legittimo, così come non lo sono ritenuti il suo governo e il Consiglio nazionale di transizione che ha di fatto rilevato le funzioni dell’Assemblea nazionale, l’equivalente del nostro parlamento.
Il referendum è stato infatti voluto dalla giunta militare che governa a Bissau dallo scorso 26 novembre, quando alcuni esponenti delle forze armate hanno interrotto lo spoglio dei voti delle elezioni che si erano tenute appena tre giorni prima e sostituito con un colpo di stato il presidente uscente Umaro Sissoco Embalò.
Un capo di Stato rimosso, che tuttavia è anche ritenuto molto vicino ai militari golpisti, al punto che diversi osservatori lo considerano il vero regista di tutta l’operazione, che sarebbe stata ordita nell’ottica di annullare il risultato delle elezioni e in vista di un suo successivo ritorno nel paese.
Dopo il putsch Embalò si è infatti trasferito all’estero e a oggi risiederebbe in Marocco.
Un plebiscito “strano”
Delle stranezze del golpe dello scorso novembre si dirà più in là. Intanto è bene partire da alcune oggettive stranezze del voto di domenica, che ai cittadini guineani chiede di accettare l’entrata in vigore di una nuova Costituzione che però è già stata pubblicata in Gazzetta ufficiale mesi fa, per esattezza lo scorso gennaio, senza che vi fosse alcun coinvolgimento popolare previo.
Sebbene quindi il popolo guineano avrà l’ultima parola sull’effettiva implementazione del testo, tutto il processo che ha condotto alla stesura della Carta fondamentale è stato già effettuato in autonomia dai militari, che hanno poi deciso a posteriori di sottoporre il documento a referendum.
La data del plebiscito è stata fissata addirittura lo scorso luglio, quindi molto dopo l’adozione della nuova Costituzione e con molto poco anticipo rispetto al giorno del voto.
E anche in modo molto ravvicinato alle elezioni presidenziali che la giunta ha invece fissato per dicembre di quest’anno, come termine ideale del processo di transizione iniziato dopo il golpe.
Tempistiche che da subito hanno sollevato le perplessità e le proteste dei partiti di opposizione.
A maggior ragione perché fin a partire dal golpe le sedi delle maggiori formazioni politiche sono chiuse mentre non sono permesse le manifestazioni pubbliche e le riunioni. Fare campagna elettorale per un eventuale “no” al referendum quindi, è stato di fatto impossibile.
Cambiamenti di peso
Le modifiche alla Costituzione su cui si dovranno pronunciare i circa un milione di aventi diritto guineani sono sostanziali.
La nuova Carta cambia l’ordinamento del paese, trasformando l’attuale indirizzo semi-presidenziale in un sistema dove il Capo dello stato ha molto più potere.
A differenza di quanto avviene adesso infatti, con la nuova Costituzione il presidente guiderà il Consiglio dei ministri, finora presieduto dal primo ministro.
Quest’ultimo sarà inoltre nominato dal presidente, a cui viene “consigliato” di tenere in conto dell’esito delle elezioni e delle maggioranza parlamentare, senza però che queste due condizioni siano vincolanti ai fini della scelta.
In poche parole, il presidente potrà scegliere un primo ministro anche senza considerare l’esito del voto e quindi il volere popolare.
La nuova Costituzione taglia inoltre il numero dei membri dell’Assemblea nazionale da 102 a 65 e il numero dei collegi elettorali da 29 a 12. Si alza la quota di iscrizione per i candidati alla presidenza della Repubblica, che arriva a 50 milioni di franchi Cfa (circa 76mila euro, in un paese dove quattro cittadini su 10 vivono al di sotto della soglia di povertà di tre dollari al giorno stando ai dati della Banca Mondiale).
Viene inoltre portata a 3.000 membri la soglia minima per la formazione di un partito (in Guinea-Bissau, estesa circa un decimo dell’Italia, vivono 2,3 milioni di persone). Non da ultimo, vengono bloccate per dieci anni tutte le future possibilità di revisione del testo della Costituzione.
Come evidenziato in alcune analisi, il sistema semipresidenziale è stato introdotto in Guinea-Bissau con la Costituzione del 1993 e con un motivo ben preciso: evitare che nel paese il potere si potesse nuovamente concentrare tutto nell’esecutivo, come era avvenuto durante i 19 anni di presidenza a regime monopartitico del generale João Bernardo Vieira.
Le conseguenze dell’approvazione del testo potranno essere quindi più che significative, anche in prospettiva storica. Anche perché è praticamente certo che la nuova Costituzione venga adottata.
Tutte le parti politiche e della società civile che non sono allineate al governo hanno infatti chiesto espressamente di boicottare il voto: verosimilmente quindi, le uniche persone che si recheranno alle urne saranno quelle favorevoli alla riforma.
L’appello a disertare le urne
I partiti e i movimenti che esortano a disertare i seggi hanno espresso le loro posizioni separatamente nei giorni scorsi mentre oggi è stato pubblicato un comunicato collettivo a firma Frente Única, un’alleanza che comprende tra gli altri la Coalizione PAI Terra-Ranka, l’Aliança Patriótica Inclusiva – Cabaz Garandi (API-CG), la coalizione di movimenti della società civile denominata Frente Popular e União Nacional dos Trabalhadores da Guiné (UNTG-CS), il più grande sindacato del paese.
La Coalizione PAI-Terra Ranka è guidato dal Partido Africano para a Independência da Guiné e Cabo Verde (PAIGC), la sigla più antica e popolare del paese, nata come il movimento armato che ha guidato la lotta di liberazione contro il dominio coloniale portoghese, culminata con l’indipendenza nel 1974.
La Costituzione attuale contiene un esplicito riferimento all’importanza storica di questo partito, che però è stata cancellata nel nuovo testo che viene adesso sottoposto a referendum.
Il leader del PAIGC, l’ex primo ministro Domingos Simões Pereira, presidente eletto dell’Assemblea Nazionale prima che l’ex presidente Embalò la sciogliesse nel dicembre 2023, è stato arrestato subito dopo il golpe.
Dopo mesi di detenzione è stato trasferito ai domiciliari per essere poi nuovamente arrestato lo scorso luglio con l’accusa di aver preso parte a un tentativo di rovesciamento militare del governo che si sarebbe dovuto svolgere prima del voto dell’anno scorso, e prima anche dell’effettivo golpe militare che è stato condotto da chi lo ha arrestato.
Il politico è stato infine liberato alcune settimane dopo, sempre a luglio: la sua pena è stata interrotta per motivi sanitari e gli è stato permesso di recarsi in Portogallo per poter ricevere le cure.
L’API-CG è invece il partito di Fernando Dias da Costa, il candidato alla presidenziali che secondo diversi osservatori avrebbe vinto le elezioni del novembre scorso, il cui esito non è mai stato annunciato a causa del colpo di stato.
Da Costa era emerso come nome delle opposizioni anche dopo che a Simões Pereira era stato impedito di candidarsi con una controversa decisione della Corte suprema. Dopo il pronunciamento militare, da Costa si è rifugiato per settimane presso l’ambasciata nigeriana, dove aveva chiesto protezione.
I numerosi nodi critici
Le storie personali dei leader dell’opposizione guineane aiutano a comprendere il contesto in cui si arriva al referendum. Tra le critiche che si sono succedute nei giorni scorsi, quelle relative alla mancanza di legittimità del Consiglio di transizione che ha sostituito l’Assemblea Nazionale e che ha ratificato la nuova Costituzione in attesa di entrare in vigore, in quanto nominato dalla giunta golpista.
Stessa osservazione che viene rivolta anche nei riguardi della Commissione elettorale che supervisionerà le operazioni di voto, la cui leadership pure è stata nominata nei mesi scorsi dal governo militare.
PAIGC e API-CG affermano inoltre che esistono due versioni del provvedimento con cui è stato annunciato il referendum: la prima, che sarebbe stata arbitrariamente sostituita in Gazzetta dal governo, avrebbe indicato anche la necessità di superare un quorum del 50%+1 degli elettori, condizione che non è invece prevista dalle consultazioni che si terranno domenica.
Un elemento che avrebbe avuto un impatto dirimente, visto che difficilmente il plebiscito riuscirà a far registrare un’alta affluenza, tante sono le chiamate a boicottarlo.
Nell’ultima comunicazione uscita oggi, i movimenti racchiusi nella dicitura Frente Única affermano che “l’unico obiettivo” del voto è “la legalizzazione del golpe” dello scorso novembre.
“In assenza di presupposti legali e di fronte alla cattura delle istituzioni dello Stato – si legge ancora -, alla soppressione delle libertà politiche e democratiche e all’assalto alle sedi dei partiti politici non allineati con il regime golpista, l’indizione di una consultazione popolare in questo contesto non è altro che pura demagogia di un regime fallito e completamente privo di rotta”.
La Lega guineana dei diritti umani (LGDH) inoltre, grande organizzazione della società civile guineana che pure si oppone al referendum ma che non compare tra i firmatari dell’appello di Frente Única, ha fatto osservare che l’ordinamento di Bissau vieterebbe di organizzare referendum poco prima delle elezioni presidenziali, che la giunta ha indetto per dicembre.
Il ruolo della CEDEAO
L’appello di Frente Única menziona inoltre “l’inerzia della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS/CEDEAO)” di cui Bissau è membro.
L’organismo è stato criticato da più parti con l’accusa di aver legittimato il referendum, che è stato annunciato dalla giunta proprio alcune ore dopo la fine di una visita nel paese di una delegazione guidata dal ministro degli esteri della Sierra Leone, Timothy Kabba.
Alla CEDEAO viene rimproverato di aver cambiato condotta verso i militari, dopo una prima dura condanna del colpo di stato e una richiesta di ripristinare l’ordine costituzionale.
Chiaramente il referendum di domenica non è osteggiato dalla totalità del paese. Il presidente N’Tam ha affermato che la decisione che prenderà il popolo guineano il 30 agosto “cambierà il futuro del paese” e ha esortato i cittadini a “recarsi in massa alle urne” a prescindere dalla loro affiliazione politica e religiosa.
Pareri di supporto al plebiscito si sono sollevati anche da figure vicine all’ex presidente Embalò, come l’ex segretario di Stato José Carlos Monteiro, attualmente Direttore generale dei servizi per la migrazione e le frontiere. Secondo il dirigente, la Guinea-Bissau potrà “trovare pace e ordine” solo con la nuova Costituzione.
La “questione Embalò”
Una valutazione non di poco conto in un paese dove dal 1980 a oggi si sono verificati cinque golpe riusciti e un numero ancora maggiore di tentativi, due solo durante il mandato di Embalò (2020-25).
Il rapporto tra l’ex capo di Stato e la giunta è uno dei maggiori punti di preoccupazione per l’opinione pubblica guineana. Diversi osservatori e attivisti, oltre che quasi tutti i partiti di opposizione, hanno più volte accusato l’ex presidente di essere il vero regista del colpo di Stato dello scorso novembre.
Gli elementi a favore di questa ipotesi sarebbero la vicinanza di molti militari golpisti a Embalò, compreso N’Tam, ma anche il fatto che il putsch abbia annullato un voto che a detta di molti avrebbe certificato la sconfitta dell’ex presidente, in cerca di un secondo mandato.
Negli ultimi mesi inoltre, non sono mancati i contatti tra l’entourage di Embalò e i militari. Lo scorso febbraio figure molto vicine all’ex presidente hanno discusso con il governo la possibilità di un suo ritorno in patria, oltre a esprimere un parere molto positivo sull’intervento dell’esercito.
Infine, ci sarebbe la visione politica. Il disegno di riforma in senso presidenziale della Costituzione che quasi certamente si compirà domenica con il referendum è sempre stato caro a Embalò, che ha provato ad avviare un processo di riforma della Costituzione in più occasioni.
Manca quindi la pistola fumante che provi un sostegno attivo al golpe, ma gli elementi di continuità tra l’ex capo di Stato e i militari ci sono e sono credibili. Un motivo in più, per le opposizioni, per boicottare il referendum.