«Vogliamo credere che si tratti di un terribile malinteso». Ha reagito così il leader del Partito africano per l’indipendenza della Guinea-Bissau e di Capo Verde (PAIGC), Domingos Simões Pereira, alla notizia del rifiuto della sua candidatura alla presidenza per le elezioni generali del 23 novembre.
La Corte Suprema, incaricata di vagliare le candidature, ha comunicato che la richiesta è stata presentata “troppo tardi” e che non c’è stato tempo per valutarla.
Pereira, che guida anche la coalizione PAI-Terra Ranka, che raggruppa cinque partiti d’opposizione, era stato nominato come candidato unico dal Comitato centrale del PAIGC lo scorso weekend (quindi tra il 20 e il 21 settembre).
La coalizione ha fatto sapere d’aver presentato la sua candidatura per le legislative martedì 23 settembre, insieme alla candidatura presidenziale di Pereira, rientrato in Guinea-Bissau il 19 settembre, dopo aver trascorso nove mesi all’estero.
Fonti della Corte Suprema, sentite da AFP, hanno precisato però che, in base al codice elettorale, le candidature dovevano essere presentate 72 ore prima della scadenza del 25 settembre.
Il rigetto della candidatura di Pereira, secondo quanto riportato da RTP Notícias, avrebbe diviso i sei giudici del tribunale supremo, tre dei quali avrebbero votato contro l’esclusione e tre a favore. Decisivo è stato quindi il voto del presidente.
I giudici dissenzienti, in una dichiarazione riportata dal quotidiano guineano O Democrata, hanno fatto sapere che l’esclusione rappresenta una “illegittima violazione del diritto alla partecipazione politica”.
Citando il caso di un’altra coalizione – la piattaforma repubblicana No Kumpu Guiné, che sostiene la rielezione del presidente Umaro Sissoco Embaló – a cui la Corte ha concesso 72 ore per correggere le irregolarità e altre 24 ore per presentare ricorso, poi accolto, hanno denunciato una “disparità di trattamento”, in “violazione diretta dell’articolo 24 della Costituzione” che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
La decisione ha sorpreso i leader dello storico partito d’opposizione, vincitore delle elezioni legislative del 2023, in quanto è la prima volta che un esponente del PAIGC non viene ammesso alla sfida elettorale. Pereira ha fatto sapere che gli avvocati del partito stanno ora valutando possibili ricorsi.
La coalizione PAI-Terra Ranka ha vinto le elezioni legislative del giugno 2023 con la maggioranza assoluta ma è stata rimossa dal potere nel settembre dello stesso anno, quando Embaló ha sciolto il parlamento presieduto da Pereira, rinviando poi le elezioni legislative fissate per novembre 2024.
Se dovesse essere confermata, l’esclusione di Domingos Pereira – ex primo ministro e già candidato presidenziale nel 2019, quando arrivò secondo denunciando brogli -aprirebbe la strada alla riconferma per un secondo mandato di Embaló, il cui mandato, contestano le opposizioni, avrebbe dovuto terminare a febbraio di quest’anno.
A contendergli la rielezione sarà l’ex presidente José Mário Vaz che, dopo essersi dissociato dal Movimento per l’alternanza democratica (Madem G-15) di Embaló, ha annunciato oggi la sua candidatura, sostenuta dal Partito della convergenza nazionale per la libertà e lo sviluppo (COLIDE-GB).
Gli ingredienti per una campagna elettorale incendiaria ci sono tutti, anche se in Guinea-Bissau ogni tipo di manifestazione pubblica di protesta è vietata dal 2024 e lo scorso agosto, senza spiegazioni, Embaló ha anche espulso dal paese i media portoghesi.
Sul clima pre-elettorale è intervenuta nei giorni scorsi anche la diocesi di Bafatá, che in una lettera pastorale ha invitato i cristiani, in vista del voto, a “rifiutare ogni forma di manipolazione, di tribalismo, di strumentalizzazione della religione o di vendita della propria coscienza” e ad esprimere il proprio voto con giudizio, ricordando che la politica, come affermato da papa Francesco, “è una delle forme più elevate di carità” (FT 180), “quando messa pienamente al servizio del popolo”.