Lo staff dell’ex presidente della Guinea-Bissau Umaro Sissoco Embalò ha chiesto ai militari che avevano deposto l’ex capo di stato lo scorso novembre di permettergli di rientrare nel paese.
Embalò sarebbe infatti pronto a collaborare con gli esponenti delle forze armate adesso al potere sotto la guida del generale Horta N’Tam, che si è auto nominato presidente di un governo di transizione dopo il putsch, condotto lo scorso 26 novembre.
La mossa dei sostenitori dell’ex presidente sembra una prima, timida conferma di uno scenario che in tanti, tra attivisti, esponenti delle opposizioni e osservatori, avevano previsto in Guinea-Bissau fin dalle prime ore successive al golpe.
Il colpo di stato ha sì deposto Embalò infatti, ma anche interrotto il conteggio delle elezioni generali che si erano svolte tre giorni prima.
Un voto che secondo analisti concordanti si sarebbe concluso con la sconfitta dell’ex capo di stato, in lizza per un secondo mandato, e la vittoria del rappresentante delle opposizioni, Fernando Dias.
Da qui l’ipotesi che dietro all’intervento dei soldati ci fosse proprio lo stesso Embalò, desideroso di evitare una sconfitta alle urne. C’è chi ha parlato apertamente e fin da subito di “auto golpe”.
Il colloquio
Non ci sono certezze a riguardo, ma i segnali che arrivano dalle parti dell’ex capo di stato sollevano legittimi dubbi.
Nel fine settimana il presidente Horta N’Tam ha incontrato il rappresentante nazionale per le elezioni presidenziali di novembre, Marciano Barbeiro, il direttore della campagna dell’ex presidente, Soares Sambu, e il portavoce della campagna, José Paulo Semedo.
Proprio quest’ultimo ha chiesto al leader militare delle garanzie di sicurezza per il ritorno nel paese di Embalò, che secondo diverse fonti di stampa si troverebbe adesso in Marocco.
Semedo ha allargato la richiesta anche a un’altra serie di figure di spicco dell’establishment vicino all’ex presidente, che pure si troverebbero all’estero, come gli ex primi ministri Nuno Nabiam e Braima Camará e l’ex ministro degli Interni Botche Candé.
Semedo è andato poi ancora oltre. Secondo quanto riporta il quotidiano locale O Democrata, il portavoce ha elogiato i militari per aver impedito l’annuncio del voto delle elezioni, evitando così un «bagno di sangue» nel paese.
Un’allusione che sembra fare il paio con le presunte minacce di destabilizzazione contro cui i militari hanno detto di essere intervenuti il giorno del golpe.
Semedo ha quindi affermato che Embalò e i suoi sostenitori potrebbero rientrare nel paese per collaborare con il governo di transizione istituito dall’esercito.
Un esecutivo che nelle intenzioni dei militari dovrebbe traghettare la Guinea-Bissau fino alle prossime elezioni presidenziali e legislative, fissate per il 6 dicembre di quest’anno.
Un voto che è stato organizzato anche a seguito delle visite della delegazione della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO/ECOWAS), organismo regionale di cui Bissau è stato membro che ha più volte chiesto ai militari di ripristinare l’ordine costituzionale.
Le elezioni di dicembre, qualora si tenessero, si svolgeranno inoltre con una nuova Costituzione. Alcune settimane dopo il colpo di stato, i militari hanno infatti adottato una nuova Carta fondamentale che conferisce più poteri al presidente.
Simões Pereira convocato in Tribunale
Mentre si iniziano ad aprire gli spazi per un ritorno dell’ex presidente, quelli per le opposizioni non smettono di ridursi. Dopo il golpe il candidato a presunto vincitore delle elezioni Dias era stato costretto a trovare rifugio nell’ambasciata nigeriana di Bissau.
Peggio era andata a Domingos Simões Pereira, ex primo ministro e presidente dell’Assemblea nazionale e leader del Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC), storicamente la formazione più solida e popolare del paese.
Simões Pereira era stato estromesso dalla corsa al voto da una controversa decisione della Corte suprema e dopo il golpe è stato arrestato.
Nei giorni scorsi, dopo oltre due mesi di prigionia, è stato scarcerato e trasferito nella sua residenza agli arresti domiciliari, anche grazie alla mediazione del governo senegalese.
La misura cautelare si sarebbe resa necessaria comunque, secondo il governo, perché Simoes Pereira sarebbe anche indagato per una serie di reati economici. Nelle stesse ore del suo parziale rilascio, a Dias veniva permesso di lasciare l’ambasciata nigeriana e di stabilirsi nella sua abitazione.
Sabato scorso Simões Pereira è stato convocato da un tribunale militare, davanti al quale dovrà comparire nei prossimi giorni. I legali del politico hanno riferito all’agenzia portoghese Lusa di non sapere la ragione della chiamata del tribunale.
Una fonte anonima citata dal settimanale francofono Jeune Afrique ha affermato che il motivo sarebbe il presunto coinvolgimento di Simões Pereira in un tentativo di colpo di stato.
Colpita anche la società civile
Oltre a colpire le opposizioni, la giunta è intervenuta più volte anche nei confronti della società civile. Sta facendo discutere un raid nella sede della Liga guineana dei diritti umani (LGDH), la principale organizzazione sociale del paese, avvenuto in settimana. Stando a quanto riferito alla stampa locale dagli attivisti, una decina di uomini armati e col viso coperto hanno fatto irruzione nell’edificio intimando agli occupanti di uscire senza fornire spiegazioni.
Tra le persone presenti in quel momento nella sede, anche l’ambasciatore dell’Unione europea nel paese, Federico Bianchi, che pure è stato costretto a uscire. La LGDH ha definito l’intervento delle autorità guineane un «atto di intimidazione armata», lamentando inoltre il quarto intervento armato delle autorità nei suoi locali negli ultimi due mesi.
La delegazione dell’Ue nel paese non ha per adesso commentato quanto avvenuto per vie ufficiali. Una fonte interna ascoltata dall’emittente francofona Radio France Internationale (RFI) si è detta «scioccata».
«Tornerà Embalò, quella del voto è una farsa»
Lo scenario appare quindi sconfortante per i sostenitori delle opposizioni e per un’ampia fetta della società civile. A Nigrizia lo commenta anche una persona che conosce bene lo scenario politico guineano e che ha vissuto nel paese per anni.
Parlando in anonimato per ragioni di sicurezza, l’esperto sostiene che Embalò «si sta preparando per la rivincita. Il dialogo con i militari è finalizzato al suo ritorno alla guida della nazione, l’esercito lo rimetterà al trono. In questo senso è significativo che le sue foto ufficiali sono ancora tutte negli uffici del potere, indisturbate».
La sensazione, per questo osservatore della realtà guineana, «è che nessuno torcerà un capello all’ex presidente e che questo potrà continuare a fare il bello e il cattivo tempo come faceva prima, continuando anche a beneficiare delle risorse naturali della piccola ma ricca Guinea-Bissau».
Per la fonte anonima, le ragioni di questo strapotere vanno cercate anche tra le file delle opposizioni.
«Simões Pereira è adesso nella sua residenza ma è come se stesse in carcere; sicuramente sta cercando di far fruttare i suoi numerosi contatti internazionali, ma l’impressione è che la comunità internazionale si stia allontanando sempre di più da Bissau, ormai stufa di golpe, strategie e giochi vari».
Ci sono poi i problemi interni al PAIGC, emersi fin dall’eliminazione di Simões Pereira dalla corsa al voto.
«Il partito lo ha sempre sostenuto quasi all’unanimità, eppure stavolta non ha mosso un dito durante la sua detenzione: nessuna manifestazione, nessuna protesta, niente di niente. Gli unici movimenti sono quelli dei “traditori” che stanno facendo di tutto per fare un congresso straordinario per toglierlo di mezzo politicamente, anche se non sarà facile riuscirci».
Non da ultimo, colpisce anche l’inerzia della comunità internazionale, secondo la voce ascoltata da Nigrizia.
«La maggior parte dei presidenti della CEDEAO sono quasi nella stessa situazione della Guinea-Bissau, non stupisce un certo immobilismo», per quanto l’organismo ha sospeso il paese dai suoi organi decisionali.
«Bissau – prosegue l’esperto – era presidente di turno della Comunità dei paesi di lingua portoghese (CPLP): l’organizzazione l’ha subito espulso dal club, sostituendola dalla presidenza con Timor Est, ma non è veramente interessata alla sorti del paese e la sua mediazione non è di grande peso».
Uno scenario grigio che che l’orizzonte delle elezioni non riesce a illuminare.
«Nessuno crede al voto fissato dai militari per il 6 dicembre, neanche gli stessi esponenti dell’esercito. Nessuno vuole votare in realtà: il governo di transizione non ha nessuna fretta di sottoporsi al vaglio popolare del resto, rischiando di dover tornare in silenzio nelle caserme o di perdere i ministeri e che adesso guida senza dover rendere conto a nessuno».
Per ragioni ben diverse, ma anche le opposizioni non vogliano sentirne di andare alle urne: «Sia Simões Pereira che Dias, con i rispettivi partiti, non hanno nessuna intenzione di tornare ai seggi: affermano di aver vinto le elezioni che si sono appena tenute – e hanno ragione – e vogliono che si tenga conto di queste».