Da Nigrizia di gennaio 2011: un presidente democratico
Dopo un lungo processo elettorale e due anni di transizione, il paese dell’Africa Occidentale ha varcato la soglia della democrazia ed è stato reintegrato nell’Unione africana. Ora si attendono riforme e riconciliazione nazionale.

Nel dicembre 2008, con l’arrivo al potere del capitano Moussa Dadis Camara, alla morte di Lansana Conté, la Guinea fu sospesa dall’Unione africana, ormai decisa a non più tollerare colpi di stato. Si era capito subito che i militari non erano disposti a lasciare il paese ai civili. La disgrazia che i militari al potere costituiscono per tanti paesi africani, raggiunse il colmo della tragedia il 28 settembre di due anni fa: la morte di 157 pacifici manifestanti nello stadio della capitale Conakry.

 

Il 3 dicembre 2009, Camara ha subito un grave attentato che l’ha messo fuori gioco ed è stato rimpiazzato da Sékouba Konaté, pure lui militare, ma presidente ad interim, deciso a portare alla democrazia un paese che non l’aveva mai sperimentata. Chiara la sua volontà di raggiungere in tempi brevi l’obiettivo.

 

È stato relativamente semplice organizzare il primo turno delle elezioni, fissate al 27 giugno 2010, con 24 candidati. In testa è arrivato Cellou Dalein Diallo, con il 43,67% dei voti, seguito da Alpha Condé (18,25% ), leader del Raggruppamento del popolo di Guinea (Rpg), storico oppositore fin dai tempi di Sékou Touré (padre dell’indipendenza, dittatore dal 1958 fino alla sua morte nel 1984) e perseguitato politico dei regimi militari che si erano succeduti. Ben 17 candidati perdenti hanno denunciato brogli e irregolarità. A votare è andato il 77% degli aventi diritto: chiaro segno della volontà politica del popolo guineano di voltar pagina.

 

Più difficile si è rivelato andare al ballottaggio. Sono trascorsi quattro mesi, con continui rinvii, sino alla data: 7 novembre. A poco meno di tre settimane dal voto, si è dovuto sostituire il presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni), Lousény Camara, accusato di frode in favore di Condé, con il generale maliano Siaka Toumany Sangaré.

 

Il ballottaggio ha registrato un rovesciamento delle posizioni, con la vittoria di Condé, un malinke di 72 anni, che incarna l’uomo del cambiamento a servizio di una Guinea riconciliata e che è riuscito a far convergere sul suo nome tutti i voti dei candidati battuti al primo turno.

 

Diallo, un tecnocrate ed ex primo ministro di Lansana Conté, non è riuscito a cancellare l’immagine del “leader peul a servizio dei peul”. I peul, o fulbe, costituiscono il 40% circa della popolazione, ma non hanno mai governato. Diallo ha sofferto anche della mancanza di coesione nell’Unione delle forze democratiche di Guinea (Ufdg), il suo partito.

 

Si è temuto che, al momento della proclamazione dei risultati da parte della Corte suprema, si potessero ripetere le violenze scatenatesi per tre giorni nei feudi di Diallo, dopo la pubblicazione dei risultati da parte della Ceni. Invece, non ci sono state proteste, quando, nella notte tra il 4 e il 5 dicembre, la Corte suprema ha confermato i risultati della Ceni e respinto i ricorsi presentati da Diallo.

 

Dunque, Alpha Condé, candidato per la terza volta alle presidenziali, ce l’ha fatta nelle prime vere elezioni libere. Una vittoria storica per questo ex professore di diritto all’Università della Sorbona, oppositore di tutte le dittature. Nel 1970 era stato condannato a morte in contumacia da Sékou Touré. Rientrato in patria all’inizio degli anni ’90, dopo più di 30 anni d’esilio, ha trascorso due anni nelle prigioni del presidente Lansana Conté.

 

La situazione ha convinto Alpha Condé a porre la riconciliazione nazionale come primo punto della sua agenda politica. È normale che pensi di costituire un governo di unità nazionale (non una coalizione di partiti) che rappresenti tutte le sensibilità sociali. Ha annunciato anche di voler mettere fine all’impunità, che, ha detto, «è alla base dei nostri problemi», e alla corruzione, «eretta a sistema di gestione del paese».

 

La Guinea è non da ricostruire, ma da costruire. Nonostante le sue immense ricchezze minerarie, è lontana dall’autosufficienza alimentare. Metà della popolazione vive nella povertà. Bisognerà «produrre quel che consumiamo e consumare quel che produciamo», esorta Condé. Le finanze pubbliche vanno risanate con urgenza, ponendo fine alla dilapidazione dei beni dello stato. La realizzazione di infrastrutture stradali e ferroviarie è un’altra priorità del nuovo presidente. Che non potrà non tener conto dell’esercito, la cui lealtà dovrà guadagnarsi, coinvolgendolo nella costruzione di una nuova Guinea, soprattutto in progetti agricoli. Condé si è impegnato a restituire alle forze armate la loro dignità, migliorando le condizioni di vita dei militari e formandoli al rispetto delle regole, cioè delle persone e dei beni.

 

Condé, che ha prestato giuramento il 21 dicembre, prevede anche d’istituire una Conferenza per la verità e la riconciliazione sui crimini commessi durante la storia della Guinea indipendente. E c’è anche il problema dell’assenza dello stato, dell’amministrazione, della giustizia… Una sfida enorme, dunque, quella di Condé, che per 50 anni ha ritenuto che non ci potesse essere per il suo paese vero progresso senza prima abolire la dittatura e istaurare una democrazia. Con il cambiamento, vuole cancellare gli errori del passato e costruire una Guinea unita, moderna e in grado di trarre profitto dalle sue ricchezze per meglio distribuirle a tutti i cittadini.





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