Dopo le visite pastorali in Algeria, Camerun e Angola, papa Leone sarà accolto all’aeroporto di Malabo la mattina del 21 aprile e qui inizierà la sua visita in Guinea Equatoriale che si concluderà con il rientro a Roma nella serata del 23 aprile.
La Guinea Equatoriale ha una superficie di 28.051 km² che include cinque isole sull’Oceano Atlantico. La più importante è l’isola di Bioko, dove si trova Malabo, la capitale del paese fino a pochi mesi or sono, quando venne rimpiazzata da Djibloho (città della pace), situata nella terraferma.
Va sottolineato che la Guinea Equatoriale è l’unico paese africano in cui la lingua ufficiale è lo spagnolo, anche se, per favorire le relazioni politiche e diplomatiche, sono stati introdotti come ulteriori lingue ufficiali il francese nel 1998 e il portoghese nel 2010, che tuttavia la maggioranza della popolazione non conosce e non parla. Le principali lingue autoctone sono il fang e il bubi.
Quando Leone XIV atterrerà a Malabo, sarà ricevuto dal presidente Teodoro Obiang Nguema, lo stesso presidente che nel 1982 accolse Giovanni Paolo II, il primo papa della storia a mettere piede sul suolo guineo-equatoriano.
Obiang, oggi 83enne, è il presidente in carica più longevo dell’Africa. È rimasto al potere ininterrottamente da quando, nel 1979, guidò il colpo di stato che rovesciò suo zio Francisco Macìas, primo presidente della Guinea Equatoriale dopo l’indipendenza dalla Spagna, il 12 ottobre 1968.
Vincitore delle ultime elezioni presidenziali del novembre 2022 con il 94,9% dei voti, Obiang è la figura di spicco di un regime accusato ripetutamente di essere liberticida e di sopprimere sistematicamente ogni tentativo di opposizione democratica.
Reporter senza Frontiere, per quanto riguarda la libertà di stampa, ha denunciato l’impossibilità di esercitare il giornalismo liberamente e di criticare il presidente, il governo o l’esercito. Questa mancanza di diritti e libertà di espressione colloca il paese nelle posizioni più basse negli indici internazionali di trasparenza, corruzione e qualità democratica. In effetti il paese occupava il 50° posto (su 54 stati) nell’Indice Mo Ibrahim di governance africana del 2024.
Sebbene disponga di un reddito pro-capite di 6.745 dollari, uno dei più elevati dei paesi circostanti, la verità è che il 70% dei circa 1 milione e 800mila abitanti vive in condizioni di povertà. Un paradosso che fa riflettere sul modo di gestire un paese che basa la sua economia quasi esclusivamente sull’esportazione di idrocarburi.
D’altro canto, la Guinea Equatoriale appare piuttosto attiva a livello di politica internazionale. È membro delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, la cui Assemblea ordinaria dei capi di stato del 2014 si è tenuta a Malabo. Appartiene anche alla Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale e utilizza come moneta il franco CFA.
Più recentemente, nel marzo di quest’anno, come già altri paesi africani, anche il governo guineo-equatoriano ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per accogliere temporaneamente alcuni migranti espulsi dagli USA. Da parte sua, il presidente Obiang, nonostante i suoi 83 anni, si sposta regolarmente per eventi e incontri all’estero, avendo partecipato tra l’altro all’ultimo vertice UE-UA nel novembre 2025.
Dei quattro paesi africani visitati da Leone XIV, la Guinea Equatoriale è quello con la percentuale più alta di cattolici, superiore al 74% della popolazione. Malabo, Bata e la basilica dell’Immacolata Concezione di Mongomo saranno i luoghi dove il papa incontrerà i fedeli cattolici e migliaia di persone di altre religioni. Lo farà anche con il mondo della cultura e della gioventù e visiterà centri sociali come l’ospedale psichiatrico «Jean Pierre Olie» di Malabo e la prigione statale di Bata.
Senza dubbio la visita del papa è un momento di grande visibilità internazionale e il regime cercherà di dare una buona immagine di sé e di lasciare nell’ombra ogni evidenza di autoritarismo politico e di sistema dittatoriale.
Leone XIV dovrà essere attento, come ha fatto nelle precedenti tappe del suo viaggio in Africa, nel coniugare la diplomazia con la parola profetica necessaria a ricordare l’opzione preferenziale evangelica per i poveri, la pace e la giustizia sociale.