Un voto infuocato
Il 1° marzo 2020 si terranno in Guinea le elezioni parlamentari. Ad esse viene accoppiato il referendum sulla nuova Costituzione che permette all'attuale presidente di ricandidarsi al voto di fine anno. L'opposizione denuncia un "colpo di stato istituzionale" e indice nuove manifestazioni di protesta.

Il referendum costituzionale si terrà dunque il 1° marzo insieme alle elezioni parlamentari. Lo si è appreso da un comunicato della presidenza della repubblica della Guinea letto la sera del 4 febbraio sulle antenne della Rtg, la radio televisione guineana, canale nazionale: «Ho firmato il decreto – vi si legge – convocando il corpo elettorale e accoppiando elezioni legislative e referendum per la nuova Costituzione in Guinea per il 1° marzo». Un comunicato che è bastato al presidente Alpha Condé per confermare quanto tutti ormai aspettavano, dopo che le legislative, inizialmente previste per il 16 febbraio, erano state fatte slittare al 1° marzo.

Un’ordinanza del presidente del 29 gennaio scorso fissava le regole del referendum, senza precisarne la data: per essere adottato il testo sottoposto agli elettori guineani deve raggiungere il 50% dei suffragi espressi. L’ordinanza stipulava inoltre che «il corpo elettorale è convocato almeno 15 giorni prima della data dello scrutinio con decreto del presidente della repubblica, su proposta della Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni)». L’ordinanza precisava ancora che «i media pubblici sono tenuti a presentare i diversi punti di vista relativi al progetto sottoposto a referendum in maniera equilibrata».

Il giorno del voto, dunque, oltre alle schede con i nomi dei candidati alle legislative, gli elettori potranno scegliere tra due schede: bianca per il sì, rossa per il no.

L’opposizione, riunita nel Fronte nazionale per la difesa della Costituzione (Fndc) , che da settimane ormai organizza manifestazioni contro la riforma costituzionale, ha annunciato subito che non prenderà parte al voto. Subito dopo l’annuncio del referendum, il portavoce dell’Fndc, Abdoulaye Oumou, ha definito l’accoppiata dei due scrutini di «colpo di stato istituzionale», promettendo di «combatterlo». E subito sono scoppiate le polemiche. Non solo l’opposizione, ma anche gli osservatori internazionali vedono nell’accorpare il referendum alle legislative il classico trucco per far passare un testo che altrimenti non raggiungerebbe il quorum.

Per i sostenitori della maggioranza presidenziale riunita nell’Rpg arcobaleno, l’opposizione non ha nessun diritto di impedire al presidente di consultare i guineani. Anzi dovrebbe essere contenta, perché la Costituzione attualmente in vigore è stata redatta da persone che non rappresentavano il popolo di Guinea.

Il vero motivo del contendere è indovinare se il presidente Alpha Condé, al termine del suo secondo mandato, si ricandiderà o meno. Nessuno dubita più sulle intenzioni dell’anziano presidente: ricandidarsi.

Il testo della nuova Costituzione reso pubblico il 19 dicembre scorso, dopo parere favorevole della Corte costituzionale e del presidente dell’assemblea nazionale (parlamento), è composto di 161 articoli. Porta da 5 a 6 gli anni del mandato presidenziale, «rinnovabile una sola volta». Prevede inoltre che il primo ministro (responsabile solo davanti al presidente della Repubblica che lo nomina e lo dimette a sua discrezione) possa essere costretto alle dimissioni dal parlamento, se i tre quarti dei parlamentari lo ritengano necessario.

I prossimi mesi vedranno in Guinea altre manifestazioni contro la candidatura a un terzo mandato di Alpha Condé (a marzo avrà 82 anni) che l’attuale Costituzione non permette, e altri scontri (e quindi inevitabili perdite di vite umane) con le forze dell’ordine che hanno come principale missione di disperdere qualsiasi contestazione al regime.

Nella foto: forze di sicurezza controllano i manifestanti durante una protesta a Conakry, il 24 ottobre 2019. (Credits: Quarts Africa)